Sette giorni fa era sembrata un’apocalisse, un lutto nazionale. «Ma come ha fatto Jannik a perdere da… come si chiama.. Cerundolo?». Oggi è un’apoteosi, una “vie en azzurro”, perché anche senza Sinner e Musetti il Roland Garros è una questione soprattutto italiana. Il successo di Flavio Cobolli su Felix Auger Aliassime - il n. 4 del mondo - ci garantisce almeno un finalista per la sesta volta negli ultimi sette Slam, oltre che il settimo top ten italiano dell’era open: Flavio scavalcando Bublick si aggiungerà a Panatta, Barazzutti, Fognini, Berrettini, Sinner e Musetti. Non solo: oggi, numero 5 della Race, sarebbe qualificato per le Atp Finals. Stamattina alle 12 Sara Errani e Andrea Vavassori giocheranno inoltre la finale del doppio misto, e il Vava sarà impegnato anche nelle semifinali del doppio maschile. Peccato che a rovinare la festa sia arrivato l’ennesimo infortunio (alla coscia sinistra) di Matteo Berrettini, costretto al ritiro nell’altra semifinale contro Matteo Arnaldi sul 7-5 5-2 per il ligure. C’è comunque un motivo se oggi in Italia dal fruttivendolo senti le nonne discettare sui progressi al servizio di Jannik, e se nelle tavolate fra genitori del sabato sera, messe da parte le verifiche di matematica, ci si chiede di dove potrebbe arrivare Musetti se solo giocasse il rovescio a due mani. Venti anni fa a St-Germain capitava che Adriano Panatta fosse riconosciuto da qualche ristoratore di buona memoria, oggi in qualsiasi circolo italiano i ragazzini con il cappellino di Jannik affollano i campi provocando un gioioso overbooking. Possiamo magari sorprenderci dalla personalità con cui Flavio, una volta chiuso il tetto sul ventosissimo centrale, e dimenticato l’eccesso di informazioni tattiche del suo team, ha trovato la personalità, l’autostima, la tranquillità per rimontare in quattro set (4-6 6-4 6-4 6-4) Auger Aliassime («ho cercato di giocare come avrebbe fatto un bambino, con tanta passione e il sorriso sulle labbra»), guadagnandosi un nuovo derby contro Arnaldi. Per entrambi sarà la prima semifinale Slam della carriera. Ma non dobbiamo meravigliarci se l’onda lunga del nostro tennis ha convinto una nazione a cambiare schermo, lessico, abitudini. «Non spetta a me dire che cosa deve fare il calcio per recuperare il terreno perduto», dice Flavio, che da giovane era una promessa della Roma, compagno di Bove e Zalensky. «So soltanto che a motivarci sono state le imprese di Cecchinato, Berrettini, Jannik. Ma anche l’affetto che riceviamo, l’impegno della federazione, dei nostri coach, di tutte le persone che si sono messe a disposizione del nostro movimento, con grande umiltà». Ecco, l’umiltà, la Grande Dimenticata dei nostri tempi, nei quali l’apparire conta più dell’essere, mentre il tennis insegna a ripartire ogni giorno, senza dare mai nulla per garantito. Chi ha attraversato la penombra del post Panatta può stupirsi che i Tg nazionali fra un servizio e l’altro forniscano gli aggiornamenti dal Bois de Boulogne. Ma ormai è questo il ruolo del nostro tennis. «Fra le mie superstizioni c’è quella di usare la stessa doccia», racconta Cobolli. «La prima volta che venni qui sentii qualcuno bussare: era Nadal e mi spiegò, spazientito, che quella, da 14 anni, era la “sua” doccia». Ecco, la notizia è questa: Sinner o non Sinner, nel tennis noi italiani non siamo più intrusi o ospiti occasionali. Ma gli habituée, i padroni di casa con cui fare i conti.
Cobolli e Arnaldi, derby in semifinale. A Parigi dominio tricolore
Grazie all’onda lunga del movimento, il Paese ha cambiato schermo, lessico e abitudini










