Il dibattito sull'ingresso dell'Ucraina nell'Unione Europea ha smesso di essere solo una questione di principio e sta diventando, sempre più concretamente, una questione di conti. Da quando il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha aperto, sia pure con cautela, alla prospettiva di un'adesione accelerata di Kiev, il tema è tornato prepotentemente sul tavolo di Bruxelles. L'avanzamento tecnologico sviluppato dall'esercito ucraino nella difesa e nella produzione su larga scala di droni, in oltre quattro anni di conflitto con la Russia, fa gola a molti Paesi europei. Il dibattito è tornato attuale, ma con esso anche tutti i nodi economici sinora rimasti sullo sfondo. Per capire la portata della sfida bastano pochi indicatori. Un Pil pro capite di poco più di 5000 dollari, otto volte inferiore alla media dell'eurozona. Salari medi netti intorno ai 400 euro al mese. Poco più di 40 milioni di ettari di superficie agricola per una popolazione che prima della guerra sfiorava i 42 milioni di abitanti. Un ettaro per ogni abitante, quasi. Dati che, se messi insieme, disegnano l'ingresso nell'Unione di un Paese grande, povero e profondamente agricolo, con un costo del lavoro lontano dai nostri standard.