Un'ondata con 73 missili e 656 droni

Paolo Crucianelli

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Nella notte tra l’1 e il 2 giugno la Russia ha lanciato contro l’Ucraina uno degli attacchi più massicci dall’inizio della guerra: 73 missili e 656 droni in ondate successive. Le difese aeree ne hanno intercettati la maggior parte, ma 33 missili e decine di droni hanno raggiunto 38 località. Bilancio provvisorio: almeno 11 morti e oltre 100 feriti. Kyiv è stata l’obiettivo principale: 4 morti, 58 feriti tra cui due bambini, danni in 7 quartieri, blackout e incendi simultanei. Nel distretto di Podilskyi, un palazzo residenziale di 9 piani è crollato dopo un attacco “double tap”: un secondo missile ha colpito lo stesso edificio pochi minuti dopo il primo, mentre i soccorritori stavano già intervenendo. Al momento della stesura si scava ancora tra le macerie. A Dnipro 6 morti e 36 feriti. A Kharkiv una bambina di 11 anni tra i 10 feriti. Mosca ha dichiarato, come sempre, di aver colpito solo obiettivi militari.

L’attacco si inserisce in una sequenza precisa. Il 22 maggio le forze ucraine avevano colpito Starobilsk, nella regione di Lugansk occupata. Mosca ha parlato di dormitorio universitario colpito, 21 morti. Kyiv ha sempre smentito, sostenendo di aver preso di mira il quartier generale dell’unità “Rubikon”, centro d’élite per il controllo dei droni. Putin aveva pubblicamente ordinato la rappresaglia. Un primo attacco con missili Oreshnik era già arrivato tra il 23 e il 24 maggio. Il 25 Mosca aveva invitato i diplomatici a lasciare Kyiv. L’offensiva di questa notte era ampiamente prevista. Resta da capire se si tratti di una rappresaglia con una data di scadenza o del preludio a qualcosa di più ampio. Il fronte è in stagnazione: la Russia avanza nel Donbas con perdite enormi, Kyiv tiene Kharkiv. Un attacco di questa portata, tra i più imponenti per vettori impiegati, può essere una dimostrazione di forza psicologica oppure la preparazione a un’escalation lungo i 1.300 chilometri di fronte. Le due letture non si escludono.