«Torino ha tutto per essere una capitale dello sport. Tifo perché ospiti le Olimpiadi estive del 2036». Livio Berruti, l’«angelo» dell’atletica italiana, oggi ha 89 anni e vive nella sua Torino. Campione olimpico dei 200 metri ai Giochi di Roma nel 1960, Berruti rilancia così la candidatura della città con Milano e Genova - insieme alle tre Regioni - a ospitare le Olimpiadi 2036: «Riaccenderebbe l’entusiasmo del 2006». Ieri ha letto che il Comune vuole dare vita a un impianto indoor per gli allenamenti di atletica: «Diventeremmo casa per tanti atleti giovani e già affermati. Speriamo non siano solo promesse». Dove si allenava prima delle Olimpiadi del 1960?«Lo premetto: io mi allenavo poco rispetto ad altri. Ma mi piaceva. La fatica, per me, è sempre stata anche gioia perché teneva lontani i pensieri pesanti. A Torino ricordo tanti momenti di “gioia” in piazza d’Armi e al Comunale. Un tempo gli stadi avevano tutti la pista di atletica, oggi ci sono meno spazi dove allenarsi». Torino ha ristrutturato lo stadio Nebiolo: è un segnale?«Uno spazio così fa crescere i giovani che praticano il nostro sport. Speriamo torni il meeting internazionale». Cosa manca?«Uno sponsor. E i grandi imprenditori sul territorio ci sono: penso a Ferrero, Lavazza, poi c’è anche Compagnia di San Paolo. La politica attiri risorse verso l’atletica». Il Comune ha annunciato di voler realizzare un impianto indoor per gli allenamenti degli atleti. È un inizio?«Così la città diventerebbe casa dell’atletica. E oltre a chi vive già qui, l’impianto attirerebbe campioni da fuori: sarebbe bello che, dopo il calcio con Juve e Torino e il boom del tennis, esploda anche l’atletica. Torino diventerebbe una capitale dello sport a livello nazionale. Speriamo che l’impianto indoor non sia solo una promessa elettorale». Stessa speranza per le Olimpiadi estive del 2036?«La candidatura è coraggiosa, ma ora c’è questa tendenza di unirsi tra città e al Cio piace. Sarebbe una pubblicità internazionale pazzesca per la città e attirerebbe sempre più persone a fare sport». Ma Torino può farcela o è una vana speranza?«Ha tutte le carte in regola per ospitare di nuovo i Giochi». Lei nel 2006 è stato tedoforo: il ricordo più bello?«L’entusiasmo dei torinesi: c’erano una marea di volontari». E sull’oro a Roma nel 1960?«In 20 secondi mi giocavo tutto: prima, per la tensione, mi sono messo a leggere un libro di chimica per un esame. Alla fine ricordo solo la felicità. Il primo telegramma di complimenti fu di Boniperti». È tifoso della Juventus?«Papà era del Toro e all’inizio lo sono stato anche io. Negli anni, però, conoscendo Boniperti sono diventato “bonipertiano”. Il calcio è bello, calamita tutti, ma non tifo». Senza atletica sarebbe stato un calciatore?«Un chimico. Ai giovani atleti dico: studiate, la laurea serve per la vita dopo la carriera. A livello sportivo, invece, amavo il basket e il tennis». Era un buon tennista?«Ero bravo nelle discese a rete, anche se a volte arrivavo troppo veloce e dovevo scavalcarla... Per il resto ero una schiappa. Ricordo ancora un doppio con Piero Gros (campione olimpico di sci, ndr) contro la magistratura». Contro «la magistratura»?«Giocavamo contro Gian Carlo Caselli e Paolo Maddalena. Eravamo avanti 3-0 e abbiamo detto: facciamo vincere loro almeno un game. Abbiamo perso due set a zero». Guarda le Atp Finals?«Purtroppo non sono mai andato a vederle dal vivo, dove ci si rende conto della potenza dei colpi. Ma le guardo in tv. Sarò banale: mi piace Sinner». Ai giovani che vogliono iniziare a fare sport consiglia di prendere il suo esempio?«Più che di esempi, mi sento di consigliare di fare due sport. Uno solitario, come atletica e tennis, per imparare a essere autosufficienti. E uno di squadra, come calcio o basket, per imparare a collaborare con gli altri». Tornando alla città: la politica punta molto sui grandi eventi sportivi. Cosa pensa?«Torino sta cercando affannosamente di acquistare una nuova identità. Speriamo che il turismo funzioni». Un difetto della città, invece?«Da pensionato, e a Torino siamo sempre di più, dico: la sera è un movimento continuo di persone. Da una parte significa che la città è viva, dall’altra vanno limitati i rumori per il quieto vivere di tutti».
Livio Berruti: “Leggevo chimica per superare l’ansia: ragazzi studiate, la carriera olimpica finisce”
L’oro olimpico a Roma 1960 sul progetto del Comune per l’ impianto indoor: «Serve a far crescere i giovani atleti, speriamo non sia solo una promessa»






