Un campanello d’allarme vero è quello suonato dall’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che ha rivisto al ribasso, nelle parole del suo capo economista Stefano Scarpetta, le previsioni di crescita dell’economia mondiale, a causa delle conseguenze della guerra in Medio Oriente e in particolare della chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran come rappresaglia per l’attacco israeliano ed statunitense.

L’organizzazione internazionale con sede a La Muette a Parigi nel mese di marzo prevedeva un’espansione globale del 2,9 per cento nel 2026, dopo un più rotondo e confortevole 3,4 per cento del 2025. Ora stima una crescita solo del 2,8 per cento, in uno scenario però di «perturbazioni limitate nel tempo» e, come è ormai consuetudine di questi tempi nei rapporti economici degli analisti, addirittura del 2,1 per cento in uno scenario pessimista, se il conflitto dovesse prolungarsi fino al 2027.

Nel suo Economic Outlook, le previsioni economiche annuali stilate dagli economisti dell’organizzazione, l’Ocse afferma che, indipendentemente dalla durata effettiva del conflitto in Medio Oriente, il mondo dovrà comunque fare i conti con una crescita più debole e un’inflazione più elevata per effetto dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, che a loro volta spingeranno all’insù i prezzi degli alimenti colpendo in particolare le regioni più povere del pianeta.