Un recente rapporto ISPRA viene presentato come la prova che l’obiettivo europeo è alla portata e che il Paese è sulla buona strada. Letto fino in fondo, lo stesso rapporto dice qualcosa di diverso.E i dati in anteprima dello studio Decarbonization Policy and Technology dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, di cui CO2 Advisor è partner, raccontano un disallineamento che la narrazione rassicurante preferisce non vedere.Indice degli argomenti

La distanza tra quello che dice il rapporto ISPRA e come viene comunicatoCosa dice ISPRA quando si legge oltre il titoloIl ritmo delle emissioni Italia 2030 dovrebbe più che raddoppiareRiduzione organica o desertificazione industriale?Il costo della transizione che l’ottimismo dimenticaL’ETS e la traiettoria delle emissioni finoraLa vera disinformazione è la rassicurazioneAppuntamento: il convegno del 10 giugnoLa distanza tra quello che dice il rapporto ISPRA e come viene comunicatoIl messaggio che è circolato nei giorni scorsi è netto: la riduzione delle emissioni nette dell’Italia al 2030 può essere in linea con l’obiettivo comunitario del 55% rispetto al 1990. Il rapporto ISPRA “Le emissioni di gas serra in Italia: obiettivi di riduzione e scenari emissivi” viene presentato come una buona notizia, con un sistema ETS già su una traiettoria coerente e proiezioni di riduzione tra il 60 e il 69% nei comparti energetici e industriali coperti dal mercato del carbonio.Il problema non è il rapporto, che è un documento tecnico e prudente. Il problema è la distanza tra quello che il rapporto dice davvero e il modo in cui viene comunicato (anche dalla stessa ISPRA nei suoi Comunicati Stampa). Un conto è uno scenario condizionato, costruito su ipotesi e politiche ancora da attuare. Altro conto è il titolo che lo traduce in un “l’Italia è in linea” buono per chiudere il dossier. È in questo scarto che si annida la disinformazione, non nei numeri di ISPRA.Cosa dice ISPRA quando si legge oltre il titoloIl “55% alla portata” regge su un dato solido e su una rimozione. Il dato solido è l’ETS: i settori obbligati devono ridurre del 62% rispetto al 2005 e le proiezioni li collocano effettivamente su quella traiettoria. La rimozione riguarda tutto il resto.L’obiettivo italiano del Regolamento Effort Sharing (i settori non-ETS: trasporti, riscaldamento degli edifici, agricoltura, rifiuti, industria minore) è una riduzione del 43,7% rispetto al 2005. Su questo fronte lo stesso rapporto ISPRA è esplicito: lo scenario di riferimento, con le politiche adottate fino al 2022, mostra che l’Italia non è in grado di raggiungere il target. E lo scenario rafforzato dalle misure aggiuntive del PNIEC, pur avvicinandosi, lascia comunque una distanza rispetto alle allocazioni annuali previste dal Regolamento. Trasporti e riscaldamento restano le sfide principali, in coerenza con quanto già indicato nel DEF.In altre parole: la voce che pesa di più sulla vita delle persone, e su cui le politiche dovrebbero incidere direttamente, è quella che non centra l’obiettivo, per entrambi i periodi di impegno 2021-2025 e 2026-2030. Il “siamo in linea” si ottiene appoggiandosi a un pilastro che funziona (l’ETS) e a un assorbimento forestale favorevole (il LULUCF chiude oltre l’obiettivo), mentre il pilastro più difficile arretra. La comunicazione collassa questa asimmetria in un unico numero rassicurante. Lo scenario diventa certezza, il condizionale diventa indicativo.Il ritmo delle emissioni Italia 2030 dovrebbe più che raddoppiareQui entrano i dati dello studio del Politecnico, che sarà presentato il 10 giugno alle 9:30 presso il campus Bovisa. Al 2023 la riduzione delle emissioni nette italiane rispetto al 1990 è stata del 36% (il dato europeo aggregato di EU27 è del 37%). Passare a -55% significa coprire altri 19 punti percentuali in meno di sette anni.Per capire quanto sia ambizioso, basta guardare il ritmo. I 36 punti accumulati si distribuiscono su 33 anni, poco più di un punto percentuale all’anno in media. I 19 punti residui andrebbero ottenuti a una velocità più che doppia, vicina al triplo se si considera la finestra effettiva che resta. E vanno ottenuti su una base in cui le riduzioni “facili” sono in larga parte già state realizzate: il passaggio dal carbone al gas nella generazione elettrica e i grandi guadagni di efficienza non si ripetono due volte. Definire questa traiettoria “alla portata”, senza qualificarla, è un esercizio di ottimismo, non di analisi.Riduzione organica o desertificazione industriale?C’è una domanda che la narrazione rassicurante non pone mai, e che invece è il cuore dello studio E&S: le riduzioni ottenute fin qui sono davvero progresso climatico, o in parte sono il sottoprodotto di delocalizzazioni e chiusure?Lo studio del Politecnico la pone in modo esplicito. Scomponendo le emissioni con l’identità di Kaya (sugli stessi dati ISPRA, vale la pena sottolinearlo), emerge un calo del 35% rispetto al 2005 trainato dalla riduzione di intensità energetica, efficienza del sistema e quota fossile. Ma accanto a questi numeri lo studio scrive una domanda secca: maggiore produttività o desertificazione industriale?I dati di contorno fanno propendere per la seconda ipotesi più di quanto si vorrebbe ammettere. L’incidenza della manifattura sul PIL è scesa mediamente tra i 5 e i 7 punti nei principali Stati membri, da circa il 20% di fine secolo a circa il 14% europeo e il 15% italiano. In Italia, mentre il PIL reale cresceva di circa il 20% negli ultimi trent’anni, il valore aggiunto manifatturiero è rimasto sostanzialmente piatto. Una tonnellata di CO2 che non viene più emessa perché la produzione è uscita dai confini europei non è una tonnellata abbattuta: è una tonnellata spostata. È carbon leakage, non decarbonizzazione.C’è di più, e di peggio. Quando una produzione viene delocalizzata, di norma non migra verso giurisdizioni più virtuose, ma verso Paesi dove la carbon intensity delle medesime lavorazioni è sensibilmente peggiore, perché il mix energetico è più sporco e i vincoli ambientali più laschi. Il risultato è paradossale: a livello di sistema, la deindustrializzazione europea non riduce le emissioni globali, le aumenta. Spostiamo l’attività economica dove produrre la stessa unità di output costa più CO2, e ci attribuiamo il merito ambientale della partenza. È una contabilità che premia chi esce dal perimetro, non chi inquina meno. E gli effetti avversi tornano comunque a casa: sul clima, una tonnellata è una tonnellata indipendentemente dal luogo in cui viene emessa, e il riscaldamento che ne deriva si fa sentire in Europa esattamente come altrove. Abbiamo ceduto valore aggiunto, occupazione e capacità industriale in cambio di un miglioramento del clima globale che, nei fatti, non si verifica.Lo stesso studio, in scenario business as usual, stima a livello europeo emissioni al 2030 superiori di circa 500 milioni di tonnellate rispetto al target Fit for 55 (con un divario che sale a 1.500 milioni al 2040 e al 2050). Se l’aggregato continentale viaggia con questo scarto e una parte rilevante delle riduzioni storiche è di natura non organica, la fotografia di un’Italia “in linea” diventa difficile da sostenere senza pesanti distinguo.Il costo della transizione che l’ottimismo dimenticaUn rapporto sulle emissioni non ha l’obbligo di occuparsi di sostenibilità economica. Ma una comunicazione che dichiara la rotta corretta dovrebbe almeno chiedersi a quale prezzo. È qui che i lavori precedenti dell’Osservatorio (la Decarbonization Policy Agenda) forniscono il dato più scomodo: a fronte di 100-127 miliardi di euro investiti ogni anno nei pilastri della decarbonizzazione, in Italia non si è quasi mai andati oltre i 10-11 milioni di tonnellate di CO2 ridotte. Ne risulta un costo per tonnellata abbattuta superiore ai 10.000 euro, un ordine di grandezza che dovrebbe far discutere prima di celebrare.Il dato non dice che decarbonizzare sia inutile. Dice che gran parte delle misure adottate è inefficiente, e che continuare a presentare la traiettoria come “alla portata” senza affrontare l’efficienza della spesa significa fotografare metà del quadro. La transizione che abbiamo perseguito finora è economicamente insostenibile nei modi, non negli obiettivi.L’ETS e la traiettoria delle emissioni finoraResta il paradosso più istruttivo. L’unico strumento sostanzialmente in linea con i propri target è l’ETS, con le imprese coinvolte che hanno sostenuto un prezzo della CO2 mai superiore ai 100 euro per tonnellata. La parola da pesare è “fino ad ora”. L’ETS ha funzionato perché era, fino a poco fa, un meccanismo di mercato genuino: un tetto rigido e decrescente, un prezzo che si formava liberamente e la libertà per ciascun operatore di scegliere dove e come ridurre. Anche negli anni in cui il prezzo veniva giudicato troppo basso, era comunque il mercato a fare il proprio mestiere, allocando le riduzioni dove costavano meno. Quella era la logica cap-and-trade nella sua forma corretta.Ciò che è cambiato è la natura del sistema. Con la scusa di dare un segnale di prezzo più incisivo, e quindi di accelerare la salita del valore della CO2, si è progressivamente snaturato il meccanismo: il peso crescente delle assegnazioni ad asta rispetto a quelle gratuite ha trasformato l’ETS in qualcosa che assomiglia molto più a una tassa che a uno scambio di permessi. Non è più il mercato a determinare il prezzo della scarsità: è il legislatore che, intervenendo su offerta e modalità di allocazione, pilota il prezzo verso l’alto. Per questo i risultati interessanti ottenuti finora non sono affatto un proxy attendibile del futuro: misurano le prestazioni di uno strumento che oggi non esiste più nella stessa forma.A confermare la direzione di marcia c’è il pericolo, enorme, di un ETS 2. Lo strumento pensato per colpire le emissioni diffuse di trasporti, edifici e piccole industrie nasce, fin dall’impostazione, come una carbon tax de facto, applicata a settori privi della flessibilità e della capacità di scelta tecnologica che rendono efficiente un mercato delle quote di emissione. Si prende il nome dell’ETS e se ne abbandona la sostanza, scaricando sui consumatori finali un prelievo amministrativo travestito da meccanismo di mercato.E qui si chiude il cerchio con il problema dei costi. Se l’argomento a favore di questa deriva è che servono risorse per finanziare la transizione, vale la pena ricordare come quelle risorse siano state storicamente impiegate: a fronte di decine di miliardi spesi ogni anno, l’efficacia in termini di tonnellate abbattute è stata modestissima, con costi per tonnellata fuori scala. Cosa autorizza a pensare che i proventi delle aste ETS, e domani dell’ETS 2, verranno spesi meglio dei 100-127 miliardi annui già messi a terra con risultati così deludenti? Trasformare un mercato in un gettito fiscale ha senso solo se si confida nella capacità del decisore pubblico di reinvestire quel gettito in modo efficiente. È esattamente la capacità che i numeri smentiscono.La vera disinformazione è la rassicurazioneMettere a confronto il rapporto ISPRA e lo studio del Politecnico non serve a stabilire chi ha ragione: i numeri di partenza sono in larga parte gli stessi. Serve a mostrare cosa succede quando un’analisi tecnica, fatta di scenari condizionati e di pilastri che vanno a velocità diverse, viene tradotta in uno slogan.La disinformazione, in questo caso, non sta nei dati. Sta nel passaggio dal “potrebbe essere in linea, a determinate condizioni e in alcuni settori” al “l’Italia è in linea”. Il rischio di quel passaggio è concreto: è il compiacimento, che è esattamente ciò che non possiamo permetterci quando il ritmo andrebbe più che raddoppiato, una parte delle riduzioni è da delocalizzazione e una tonnellata abbattuta costa in media più di 10.000 euro.Quello che serve è l’opposto della rassicurazione: neutralità tecnologica e geografica, attenzione spietata all’efficienza della spesa, difesa del cap-and-trade come unico meccanismo di prezzo legittimo e apertura ai crediti internazionali di CO2 (vedi Articolo 6 dell’Accordo di Parigi). Sarebbe utile partire da qui, prima di archiviare il dossier 2030 come una buona notizia.Appuntamento: il convegno del 10 giugnoLo studio Decarbonization Policy and Technology offrirà molti altri elementi sulle cause di questo disallineamento, tra geopolitica, competitività industriale e tecnologie per la decarbonizzazione. Verrà presentato il 10 giugno 2026, dalle ore 9:30, presso il campus Bovisa del Politecnico di Milano, nel convegno dell’Osservatorio Energy & Strategy “Tra geopolitica e decarbonizzazione: quale politica energetica per il settore industriale?”.La partecipazione è aperta. Per chi vuole confrontarsi con i dati prima di accettare le narrazioni che ci vengono raccontate, l’iscrizione è disponibile qui: Iscriviti al convegno.