Come vanno le emissioni in Italia? Male considerando i trasporti, molto meglio il settore industriale. Nel mezzo ci sono gli edifici e l'agricoltura. Questo, in estrema sintesi, lo scenario nella nostra Penisola. La decarbonizzazione può essere più facile da comprendere se per spiegarla si facesse ricorso a grafici intuitivi. È proprio il tentativo fatto dal centro studi Italy for climate, che, con il cruscotto Atena, spiega in poche, semplici tavole il percorso che sta facendo l'Italia verso la riduzione delle emissioni di gas serra. Vediamo, cominciando dai numeri.TrasportiMale i trasporti, si diceva. Secondo i dati raccolti dal centro studi (che fa capo alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile), resta il settore più critico: l’unico, peraltro, a non aver ridotto le emissioni rispetto al 1990. Ai tempi, l’Unione Sovietica era ancora in piedi, la benzina “verde” era una novità (mai cambiato nome: potere del marketing), Maradona e Van Basten si contendevano lo scudetto e molti calciatori della nostra sciagurata nazionale di calcio odierna non erano ancora nati. Di là da venire anche il Summit della Terra di Rio, che risale al 1992. Una vita fa. Eppure, le emissioni del settore dei trasporti, in Italia, non solo non sono diminuite da allora: sono addirittura aumentate, dai 106,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente registrate nell'anno dei Mondiali italiani a una stima relativa al 2024 di 113,4 milioni (i dati consolidati si fermano a 111,1 nel 2023). Il tutto nonostante tutto.Se il tentativo delle aziende di scaricare le responsabilità della crisi climatica sui singoli per stornarle da sé è un vecchio trucco della propaganda, quando si parla di mobilità le scelte individuali contano più che in altri campi. La mancata diminuzione dopo quasi quarant'anni si verifica “anche a causa dell’alta dipendenza dell’Italia dall’auto privata”, spiegano da Italy for climate: “Abbiamo 701 auto ogni 1.000 abitanti, il dato più alto di tutti i Paesi europei”.Edifici e agricolturaLeggermente migliore, spiega il think tank, la fotografia degli edifici, definizione che include sia le abitazioni sia i servizi connessi, come il riscaldamento. Certo, parliamo pur sempre dell'aggregato più energivoro del Paese (26% del totale): ma è comunque riuscito a ridurre le emissioni del 22% dal 1990. E per il 2030 è già chiamato a un importante, ulteriore sforzo di efficientamento ed elettrificazione dei consumi.Anche la riduzione delle emissioni dell’agricoltura (che pesano oggi per l’11% sul totale nazionale) resta una sfida aperta e cruciale verso l’obiettivo net zero (zero emissioni nette) al 2050 previsto dagli impegni internazionali.IndustriaUna sorpresa arriva dall’industria: è l’unico settore ad aver contribuito in modo sostanziale alla decarbonizzazione del Paese, avendo quasi dimezzato le emissioni dal 1990 al 2024. Interessante anche il disaccoppiamento tra calo delle emissioni, che scendono dopo il picco dei primi anni Duemila, e valore aggiunto della produzione, rimasto pressoché stabile.I dati, in realtà, non sorprendono chi conosce le cose del clima: l'attenzione mediatica ha fatto finire il sistema produttivo sotto la lente di ingrandimento di pubblico e legislatore, facendone il principale destinatario delle azioni di mitigazione. Certo, osserva il think tank, “la sfida di una ripresa industriale green resta quanto mai centrale per il futuro competitivo e a zero emissioni dell’Italia”. Significa che quanto ottenuto non basta.Peraltro l'incertezza non giova. Molte grandi aziende e parecchie pmi hanno già investito cifre importanti nella transizione, convinte che la politica fosse ormai avviata su quella strada senza possibilità di ripensamenti. Invece il vento è cambiato, anche in Europa: e se le prime appaiono ancora strategicamente convinte di quanto fatto, le seconde cominciano a pensare che forse era possibile tirare a campare qualche altro anno.Un quadro complessivo in miglioramentoNonostante tutto – e nonostante l'esito – la Cop30 di Belém ha mostrato come, sulla via della transizione energetica, una coalizione di ottanta Paesi volenterosi guidati dalla Colombia potrebbe prendersi la responsabilità di allungare il passo, anche se lo scenario internazionale è frastagliato.Non c'è l'Italia: in Brasile non era tra i sostenitori della cosiddetta roadmap, la tabella di marcia per l'abbandono delle fonti fossili.Nella Penisola, però, e seppur insufficienti, i progressi ci sono stati. Segno che a volte la politica coccola il proprio elettorato con parole e proclami per garantirsi sopravvivenza e consensi, ma nei fatti agisce in modo più ragionevole. Nel 2024 le emissioni in Italia sono state pari a 376 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, -28% rispetto al 1990: per rispettare la traiettoria europea al 2030 servirebbe, però, una riduzione pari a quasi il -50%. Siamo al di sotto della media continentale, che registra un taglio delle emissioni di quasi il -40%, e di quanto fatto (per esempio) da paesi come Francia e Germania.Consumi finaliI consumi finali di energia, pari a 109 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio), risultano ancora superiori ai livelli del 1990, e scendere al di sotto dei 100 Mtep entro il 2030 rappresenta secondo Italy for climate “un obiettivo molto sfidante”.Le rinnovabili coprono appena il 19% dei consumi finali, una quota inferiore a tutte le altre grandi economie europee e alla media Ue (pari al 23%): la causa sarebbe attribuibile a una crescita molto lenta registrata negli ultimi anni, che rende l’obiettivo al 2030 del 39% ancora lontano.Buone notizie, invece, sul fronte della generazione elettrica: nel 2024 il 49% dell’elettricità è stato prodotto da fonti rinnovabili, e superare il 70% nel 2030 potrebbe essere un obiettivo a portata di mano.Il difficile linguaggio della transizione energetica“La transizione verso un'economia carbon neutral rappresenta un’occasione per fare la nostra parte nel contrasto alla crisi climatica, ma anche per rilanciare un progetto di politiche industriali innovativo e competitivo in un contesto internazionale sempre più orientato verso gli investimenti nelle greentech”, chiosa Andrea Barbabella, coordinatore scientifico di Italy for climate.Quanto esposto è il frutto di anni di monitoraggi, studi, ricerche, e mostra quanto sia essenziale il lavoro di traduzione dei dati scientifici in contenuti accessibili al grande pubblico. Del resto, tra CO₂ equivalente, gigawatt, efficienza, il linguaggio della transizione è ostico e rendere digeribili argomenti complessi senza perdere in precisione e credibilità è la sfida dei prossimi anni. Se la conoscenza resta distante dalla gente, vince il populismo di chi afferma che “tanto è tutto inutile”.