Dalle Fettuccine Alfredo amate dalle star di Hollywood fino a Stanley Tucci e alle classifiche del New York Times, un viaggio nel rapporto tra sguardo internazionale e costruzione del mito gastronomico italianoDalle Fettuccine Alfredo amate dalle star di Hollywood fino a Stanley Tucci e alle classifiche del New York Times, un viaggio nel rapporto tra sguardo internazionale e costruzione del mito gastronomico italianoIl 1927 è un anno campale per la cucina italiana. Siamo a Roma: in un conosciuto locale della città capitano, forse a caso, forse no, Mary Pickford e Douglas Fairbanks. Sono due star della Hollywood degli anni dorati, quando i divi erano, di fatto, veramente inavvicinabili. I due attori sono appena diventati coppia “certificata” da atto di matrimonio nella loro vita privata. Sono in viaggio per celebrare l’unione. Di passaggio nella capitale del Belpaese, si siedono da Alfredo in via della Scrofa. Il ristorante è preesistente, ma nel 1914 è stato rilevato da Alfredo Di Lelio. Il quale, durante quella decina d’anni circa, ha creato uno dei miti della cucina, e mica solo italiana, contemporanea: le Fettuccine Alfredo.La storia del piatto, leggendario e tuttora vivente, in riproduzioni certificate e apocrife, è stata già ben raccontata altrove. Non è per questo che scriviamo, oggi. Il punto è che, vedete, Fairbanks e Pickford, ai tavoli della Scrofa, trasformano la loro unione in un ménage à trois. Innamorandosi anche delle mantecatissime, burrosissime fettuccine fresche, e sottilissime, che fanno la crema e urlano infanzia. Regaleranno ad Alfredo un paio di posate d’oro con incisi i loro nomi. Parleranno di quel posto incredibile a tutti i loro amici statunitensi. Gli influencer erano nati certamente prima; ma forse è qui, con suggestione e un pizzico di tempismo storico, che la cucina italiana ha iniziato “davvero” a esistere: quando è stata scoperta dagli americani.È una provocazione, lo so, ma rimanete con me. Flash forward al 2026, e finire nelle classifiche per americani, stilate da americani, del New York Times (ma non solo) è l’ambizione segreta di ogni ristoratore che si rispetti. Non perché il pubblico italiano non sia affezionato, o appagante, chissà. Il motivo non ha mistero, ed è molto più trasparente di così: se è vero che, ovunque si vada in Italia, il turismo citato sempre o quasi al primo posto è quello degli americani; e se sono ancora gli americani ad arrivare nel Paese con un alto potenziale di spesa rispetto al costo della vita italiana; allora è fondamentale poter essere conosciuti da quella fetta di pubblico. La quale si affiderà di buon grado ai consigli di fonti certificate per trovare, non solo ma forse per larga parte, una certa Italia. Rassicurante. Che conferma un’idea pregressa dello Stivale e delle sue tradizioni enogastronomiche. O che, al massimo, le riaggiorna, nell’ottica di quel piccolo e sicuro sconvolgimento di novità che fa dire: wow.Un esempio è stato, nel 2024, l’articolo del New York Times intitolato: The 25 Essential Pasta Dishes to Eat in Italy. All’interno, dalle Busiate di Ciccio Sultano al Duomo di Ragusa Ibla alla Cacio e Pepe di Roscioli, passando per La parte croccante della lasagna by Massimo Bottura, e ancora i Paccheri di Da Vittorio, gli Spaghetti all’Assassina de Al Sorso Preferito di Bari, il Tagliolino Cacio e Burro del Cibrèo di Firenze, e la lista naturalmente continua. Un mese dopo la pubblicazione, sul profilo Facebook de Al Cambio di Bologna, citato per le leggendarie lasagne, si leggeva: «Da quando il New York Times ha messo la nostra lasagna alla bolognese tra i migliori 25 primi piatti d’Italia ci siamo trasformati in un ristorante di meta internazionale, che è ben diverso dall’essere un ristorante turistico. In pratica attiriamo gente da tutto il mondo, che proprio brama di voler venire da te e le prova tutte pur di accaparrarsi un tavolo per mangiare le nostre lasagne». La giuria: Davide Palluda de All’Enoteca, Stefano Secchi dello stellato Rezdôra di New York, Emiko Davies, food writer australiano-giapponese che vive a Firenze; Karima Moyer-Nocchi, storica del cibo basata in Umbria; e Roberta Corradin, scrittrice di romanzi e food writer.Ultimamente, però, è stato un altro nome a imporsi come surrogato di Baedeker per lo sguardo internazionale sull’Italia: Stanley Tucci. Diventato, grazie a Stanley Tucci: Searching for Italy, Tucci in Italy e La Tucci Vita un guru inaspettato su all things Italian. O, come lo definisce Stephanie Gravalese su Forbes US: «Un attore diventato traduttore culturale», «un “food dad” approvato da Internet», «stiloso, rilassato, e genuinamente interessato a ciò che vede sul piatto, e alle mani che ce l’hanno messo». Parliamoci chiaro: non era la prima volta, che uno sguardo straniero ci rimetteva al centro di chi siamo, di chi vorremmo essere, e di ciò che rischiamo di perdere. Un esempio è il virtuoso progetto Pasta Grannies della britannica Vicky Bennison. La quale anni fa, mentre faceva ricerca per scrivere un libro sulla cucina italiana, si accorse che i saperi delle nonne, la cucina che ogni italiano avrebbe scelto come preferita, rischiavano di non essere tramandati alle generazioni più giovani. Allora, Bennison si è messa a registrare le nonne italiane, riprese nell’atto del cucinare. Ne è nato un catalogo video e pure scritto, di ricette e preziose testimonianze in presa diretta. E che, mentre dona storie di cibo, fotografa storie umane e di cultura.Tucci sembra aver raccolto questa missione. Toscana, Lombardia (con Diego Rossi e Trippa, a Milano), Trentino Alto-Adige, Abruzzo, Lazio. E, nella nuova stagione, si comincia con la Campania. Continuando con Sicilia, Marche, Sardegna e Veneto. I titoli già arrivano: Stanley Tucci: the Italian hidden gem travellers still haven’t heard of. E, in effetti, chissà chi sarebbe mai arrivato per caso al cheese bar di Vito Dicecca, Baby Dicecca, nella Foresta Mercadante (nella Murgia pugliese), se il suo Amor Primitivo, un blu immerso cento giorni nel vino Primitivo, ricoperti con mirtilli rossi essiccati al sole, non fosse stato assaggiato in diretta da Tucci in Searching for Italy, nel 2022? Forse, sarebbe meglio, allora, cambiare la domanda. E chiederci: rimarrà qualcosa fuori dall’orbita della spotlight mediatica? O finiremo, felici e contenti, a delocalizzare all’estero la nostra narrazione? Anche questa domanda, come l’affermazione da cui siamo partiti, è evidentemente provocatoria. Il racconto autoctono dell’Italia enogastronomica non ha, forse, mai proceduto a vele tanto spiegate. Che si parli di realtà strutturate o della strenua ricerca dell’ultima perla nascosta, solo il cibo (e i crimini, à côté) riesce ad attrarre trasversalmente lo spirito di discussione nazionale. Eppure, il game changer sembra poter arrivare solo dall’esterno. Da un’attenzione spropositata.Ve ne sarete accorti: a Firenze, la Gelateria Vivoli è ormai subissata di code. Il motivo? Il suo affogato al caffè, andato virale sui social per la sua “estetica”, e interpretato come uno delle cose assolutamente da provare while in Florence. Il Bar Basso, ancora a Milano, è stato recentemente decretato miglior bar del mondo dall’autorevole rivista Food & Wine (e chissà se questo influirà sui rapporti dei milanesi con il Negroni Sbagliato). La Trattoria del Pescatore, storico e ottimo ristorante sardo all’ombra della Madonnina (la catalana di astice, mi raccomando!), è costantemente murato di prenotazioni… tranne, forse, per Dua Lipa, che quando è a Milano viene spesso avvistata ai suoi tavoli. Ma attenzione: perché la popstar si è seduta anche dal già quotato Sandì, ma pure alla storica Pasticceria Marchesi. Rimane in sospeso la questione del McDonald’s di Gallarate: chissà se, dopo la visita di Snoop Dogg durante le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina, il punto vendita è diventato un riferimento per chiunque abbia voglia di un Big Mac in città e hinterland. Insomma: gli occhi di tutti sono puntati sull’Italia. E se la contaminazione fa parte del DNA del cibo “all’italiana” (pasta alla carbonara, anyone?), un altro conto è la guida di una narrazione. La cucina italiana è stata fatta, e continua a essere fatta dagli americani, o comunque dall’ester(n)o? Chissà. Bisogna pensarci.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp