Foto di Canio Tiri/Pexel
L’Italia ha sempre meno giovani e quelli che ci sono, sempre più spesso, se ne vanno. Se ne vanno non soltanto all’estero, avendo o cercando salari più alti o maggiori opportunità professionali, ma anche all’interno del Paese: dalle aree interne verso le città, dal Sud verso il Nord, dalle province ai grandi poli universitari ed economici. Ce lo dice il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, che fotografa un’Italia che invecchia, si restringe demograficamente, l’ormai noto problema della denatalità, e che fatica sempre di più a trattenere e valorizzare il proprio capitale umano.Lo dicevamo già lo scorso ottobre, purtroppo già da qualche anno in Italia ci sono più ottantenni che bambini nati. Il report annuale dell’Istat mette il tema della “mobilità territoriale del capitale umano” al centro del discorso, dedicandogli un intero capitolo. Sembra un’espressione un po’ tecnica, ma cerchiamo di approfondirla e vedere cosa significa. In primis possiamo riassumere questa mobilità come una trasformazione profonda del Paese: giovani, laureati e lavoratori qualificati infatti tendono a spostarsi verso i territori che sono percepiti come più dinamici, lasciando invece più fragili le aree periferiche, interne o economicamente deboli. Non è quindi soltanto la classica “fuga dei cervelli”, è qualcosa di più esteso e strutturale. E in un territorio di “terre alte” avere giovani che se ne vanno verso le grandi città significa spopolamento, e i problemi in tal senso sono noti.Leggi anche: Per la prima volta in Italia ci sono più ottantenni che bambini natiOltre a questo c’è anche un altro dato, che conosciamo da tempo ma che per ora non ha mai invertito la tendenza: il progressivo invecchiamento della popolazione. L’Italia continua a registrare bassi livelli di fecondità e famiglie sempre più piccole ed è uno dei Paesi con l’aspettativa di vita maggiore. In questo modo però crescono le persone sole, aumentano i nuclei unipersonali e diminuiscono i giovani nelle fasce d’età centrali per il lavoro e la natalità. In questo contesto, perdere quote di popolazione giovane e istruita rischia di avere effetti ancora più pesanti.Nel 2025 la popolazione italiana è rimasta sostanzialmente stabile ma, come abbiamo visto, questo dato dobbiamo analizzarlo meglio. Sappiamo che diminuiscono le nascite, aumenta l’età media, crescono le persone che vivono sole e quindi c’è un solo modo per trovare nuova forza lavoro. Su questo punto, il rapporto è chiaro: le migrazioni, che diventano sempre più importanti per compensare il calo naturale della popolazione.La popolazione italiana resta stabile solo grazie alle migrazioniAl 1 gennaio 2026 infatti i residenti in Italia erano 58,9 milioni, che significa oltre un milione in meno rispetto a dieci anni fa. Nel corso del 2025 la popolazione è rimasta quasi invariata rispetto all’anno precedente, ma questo, come abbiamo visto, solo grazie al saldo migratorio positivo.Il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, continua infatti a essere negativo: nel 2025 le nascite sono state 355.000, mentre i decessi 652.000, con una perdita naturale di circa 296.000 persone. A compensarla sono state le migrazioni che hanno portato un aumento proprio di 296.000 persone.La popolazione straniera residente infine, continua ad aumentare e rappresenta oggi il 9,4% della popolazione totale che significa che al primo gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia erano 5,6 milioni.Il Mezzogiorno e le aree interne continuano a perdere popolazioneE poi c’è la dinamica di cui parlavamo prima, cioè gli spostamenti all’interno del nostro Paese. Nel 2025 infatti la popolazione è cresciuta nel Nord, è rimasta stabile nel Centro e ha continuato a diminuire nel Sud e nelle Isole.A perdere residenti sono soprattutto le aree interne e il Mezzogiorno. Le regioni meridionali registrano infatti sia una dinamica naturale negativa sia una minore capacità di attrarre flussi migratori rispetto al Centro-nord.Anche la mobilità interna continua a spostare popolazione verso il Centro-nord. Nel 2025 oltre 112.000 persone si sono trasferite dal Mezzogiorno verso il resto del Paese, contro circa 67.000 movimenti nella direzione opposta.Sempre meno bambini e sempre più anzianiUno degli elementi più evidenti del cambiamento demografico italiano riguarda poi proprio la struttura per età della popolazione. Oggi i bambini e i ragazzi fino a 14 anni rappresentano soltanto l’11,6% dei residenti, mentre gli over 65 sono il 25,1%.Negli ultimi dieci anni la popolazione fino a 14 anni è diminuita del 16,7%, mentre quella con almeno 65 anni è aumentata dell’11,3%. Crescono inoltre gli ultranovantenni, aumentati del 34,6% nell’ultimo decennio.Anche la speranza di vita continua ad aumentare. Nel 2025 è stimata a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne, con valori più elevati nel Nord-est e più bassi nel Mezzogiorno. A questo aggiungiamo che la natalità continua a diminuire, con un numero medio di figli per donna che è sceso a 1,14, il valore più basso mai registrato in Italia. Il dato conferma una tendenza di lungo periodo che riguarda l’intero Paese e che colloca l’Italia tra i Paesi europei con la fecondità più bassa.Secondo l’Istat, il calo delle nascite dipende sia dalla riduzione del numero di donne in età riproduttiva sia da una minore possibilità, ma non voglia attenzione, ad avere figli. Continua inoltre a crescere l’età media al parto, arrivata a 32,7 anni.Il rapporto mostra proprio come il desiderio di genitorialità non sia scomparso perché nel 2024 quasi 9,8 milioni di persone tra i 18 e i 49 anni dichiaravano di voler avere figli in futuro. Però, c’è sempre poi la realtà con cui doversi confrontare e questa dice che il divario tra intenzioni e realtà resta ampio. Se tutti questi progetti riproduttivi espressi si realizzassero, le nascite annue sarebbero più del doppio rispetto a quelle effettivamente registrate. Avremmo risolto il problema.Cambia la demografia e quindi, di conseguenza cambiano anche le strutture familiari. Crescono infatti le famiglie composte da una sola persona e aumenta il numero di adulti senza figli. Nel 2024 le persone con almeno 50 anni che non hanno avuto figli sono 6,4 milioni, pari al 22,8% della popolazione di quella fascia d’età. Nel 2003 erano il 12,9%. Un incremento di certo non banale.La fuga dei giovani Il rapporto infine dedica un grande spazio ai movimenti migratori dei giovani italiani, soprattutto di quelli con livelli di istruzione più elevati. Nel periodo 2015-2024 il saldo migratorio dei cittadini italiani è stato costantemente negativo, con una perdita complessiva di circa 590.000 residenti italiani.Se poi si va a vedere la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni, tra i laureati, si vede che gli espatri hanno superato ampiamente i rientri, con una perdita netta di circa 21.000 giovani altamente qualificati. Anche in questo caso è il Mezzogiorno ad apparire come l’area più penalizzata, perché alla perdita di giovani verso l’estero si somma quella verso il Centro-nord. Secondo l’Istat, questo “doppio svantaggio” rischia di accentuare ulteriormente gli squilibri territoriali e le differenze nelle prospettive di sviluppo.Insomma, il Rapporto Istat conferma che il nostro Paese è in preda a cambiamenti demografici strutturali che riguardano non soltanto il numero dei residenti, ma anche la composizione delle famiglie, la distribuzione territoriale della popolazione e gli equilibri tra le generazioni. Una trasformazione che avrà effetti sempre più rilevanti sull’organizzazione del lavoro, dei servizi e del sistema di welfare nei prossimi decenni.







