Stato del cielo su Kokura coperto. Su Nagasaki coperto. Su Hiroshima sereno, con visibilità dieci miglia sulla quota di tredicimila piedi. D’altronde era questo il suo compito: fare ricognizione. Comunicare le condizioni meteo per l’attacco, determinando così l’obiettivo più comodo. E a quel punto scappare via veloce che ci avrebbe pensato l’Enola Gay alle sue spalle. Pare che Claude Eatherly non sapesse nemmeno bene la portata di quello che stava per accadere. Ma ci mise poco a capire. Nel momento in cui vide scomparire in una nube l’intera città giapponese che aveva avuto la sfortuna di svegliarsi con il bel tempo. Era il 6 agosto 1945. Rientrato in patria fu ricoperto di decorazioni, lo aspettava una luminosa carriera nell’esercito. E invece qualcosa si era incrinato per sempre nel pilota texano, poi definito l’ultima vittima di Hiroshima.

Una parabola straziante la sua, dentro e fuori l’ospedale psichiatrico di Waco. Fra tentativi di suicidio, solitudine, rapine. Fino a quando il filosofo tedesco Günther Anders non gli scrisse una lettera. Nella primavera del 1959. L’ex-marito di Hannah Arendt da tempo era impegnato contro la violenza del potere e il riarmo atomico. In Eatherly vedeva un simbolo delle sue lotte pacifiste. E iniziò così un carteggio in cui i grandi interrogativi legati all’agire morale, s’intrecciavano a una (rara) vicinanza umana. Un’empatia. Che aiutò tantissimo l’aviatore a fare i conti con la propria coscienza. Vivendo in serenità gli ultimi anni. Fitto dialogo. Pubblicato in Italia da Mimesis, dopo le storiche edizioni di Einaudi e Goffredo Fofi.