Le proposte di modifica dei meccanismi decisionali europei sono come il giorno della marmotta, la stessa scena che si ripete all’infinito. Al gioco partecipa anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: «Il piano A è andare avanti a ventisette. Ma se ciò non fosse possibile, il Trattato prevede una cooperazione rafforzata». Con questa frase, pronunciata lo scorso febbraio davanti al Parlamento europeo durante il dibattito sulla competitività e sul rapporto Draghi, von der Leyen ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’Europa a più velocità. Intesa come strumento pragmatico per «abbattere le barriere che ci impediscono di essere un vero gigante globale».
Poche settimane prima, i ministri dell’Economia e delle Finanze di Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi avevano discusso come far avanzare alcuni dossier cruciali senza attendere l’accordo di tutti i ventisette i Paesi dell’Unione. «Le sei grandi economie europee vogliono fare da motore per l’Europa», ha detto il ministro tedesco Lars Klingbeil. Il messaggio, nella sostanza, è lo stesso: rafforzare competitività e difesa, come suggerito da Mario Draghi, richiede velocità, non unanimità.







