Come ogni anno, il Sicilia Queer Film Festival si conferma uno spazio privilegiato di riflessione sulla mutevolezza e sullo spaesamento non solo dei corpi contemporanei, ma anche delle forme cinematografiche. La 16a edizione, conclusasi domenica, sembra aver spinto il dibattito ancora oltre, interrogando nelle sue diverse sezioni il concetto stesso di «queer» in relazione ai materiali d’archivio. Più che indicare una specifica identità o appartenenza, il queer emerge qui come una pratica critica capace di mettere in discussione categorie stabili e definizioni apparentemente naturali e permanenti: identità, memoria, e, soprattutto, classificazione archivistica.
IN QUESTA prospettiva, l’archivio cessa di essere un deposito neutrale del passato per diventare uno spazio dinamico e relazionale in cui corpi, memorie e soggettività vengono continuamente costruiti, riscritti e reinterpretati. Un luogo che non mira a fissare identità definitive, ma a rendere visibili processi di trasformazione, contraddizioni e pluralità dell’esperienza umana. Questa idea trova una perfetta incarnazione nel sorprendente Lloyd Wong – Unfinished, film co-diretto da Lesley Loksi Chan «insieme» a Lloyd Wong, videoartista sino-canadese scomparso all’inizio degli anni Novanta senza riuscire a completare Toronto Living With AIDS, opera autobiografica dedicata alla sua esperienza quotidiana di persona sieropositiva. Per oltre trent’anni il materiale girato da Wong è stato considerato perduto, fino alla sua riscoperta presso The ArQuives in Canada. Chan recupera così quelle immagini, affiancandole a fotografie e altri documenti audiovisivi che testimoniano il progressivo avanzare della malattia.








