C’è un elemento di deliberata rottura epistemologica nel modo in cui l’ecosistema di Jazz is Dead! progetta la propria sopravvivenza fuori dalle gabbie dell’industria dell’intrattenimento. L’adozione del paradigma backwards – un moto retrogrado che rigetta la linearità del progresso capitalista e l’ossessione per la crescita ipertrofica – si configura come un vero e proprio sabotaggio dei codici festivalieri contemporanei. Questo ritorno programmatico al grado zero della propria contro-storia, simboleggiato dal recupero di quell’interrogativo identitario («chi sei?») che aveva marcato la sesta edizione, non scivola mai nella retorica della nostalgia. Al contrario, si fa prassi metodologica per scardinare il presente. Smantellando l’idea stessa di direzione monocratica, la dichiarazione del direttore artistico Alessandro Gambo – che ha ridefinito la paternità dell’evento non come proprietà privata, ma come spazio collettivo e comune («non è mio, è nostro») – sposta l’asse del discorso dall’estetica alla politica. È l’atto di fondazione di un’alleanza comunitaria, il punto di partenza necessario per decodificare un’operazione che usa la memoria storica come un’arma di resistenza culturale. La risposta a quell’interrogativo si è materializzata nello spostamento geografico e politico da spazi ormai storicizzati e gentrificati come il Bunker verso la periferia profonda di Cascina Falchera.