Dopo l’attacco all’ospedale Jabal Amel, nella serata di domenica, da Beirut Alice Frongia si è precipitata a Tiro. Coordinatrice medica di Medici senza frontiere (Msf) per il Libano, ci racconta che anche prima della ripresa ufficiale del conflitto, il due marzo, nel sud del paese «non c’è mai stato un reale cessate il fuoco». Nelle immagini diffuse dai giornalisti sul campo, le inquietanti somiglianze tra l’edificio del Jabal Amel e gli ospedali colpiti a Gaza nel corso degli ultimi 32 mesi: porte e finestre sventrate, sangue sui pavimenti e sulle pareti, pazienti disorientati, attrezzature distrutte. Intorno alla struttura, macerie.
L’obiettivo dell’attacco è stato una palazzina vicina all’ospedale. Oltre al Jabal Amel, sono state danneggiate anche due palazzine nelle vicinanze. Quale situazione ha trovato al suo arrivo?
Del Jabal Amel è stata danneggiata la parte posteriore: il reparto di terapia intensiva, quello di radiologia, la sala operatoria. Che ora è inutilizzabile perché c’è un buco enorme nel muro principale e non è possibile accedere. Il nostro team ha passato tutta la notte all’interno ed è uscito dall’ospedale soltanto lunedì mattina intorno alle 10. Dopo l’attacco, per almeno per 10 o 15 minuti non si è visto praticamente nulla in tutto l’ospedale a causa del fumo e della polvere. Il personale sanitario ha immediatamente cominciato a spostare i pazienti dalla terapia intensiva e tutti i pazienti di tutti i reparti sono stati ricollocati. I numeri sono quelli del Ministero della salute libanese: ci sono 127 persone ferite, tra cui 39 dello staff dell’ospedale, quattro attualmente in terapia intensiva. Le altre si trovavano al di fuori della struttura, vivevano nelle palazzine o nelle aree limitrofe. Sono ancora in corso le attività di recupero, il numero delle vittime potrebbe aumentare.














