Vučić è tornato da una trionfale trasferta cinese: s'è preso la Medaglia dell'Amicizia, investimenti da quasi un miliardo di euro in robotica e industrie ad alto valore aggiunto, il ruolo di ponte fra Pechino e l'Europa. Tutto materiale che mette sulla bilancia per dire che la Serbia vuole l'Ue, “ma non possiamo aspettare in eterno”. Anche perché il presidente sta per accontentare le proteste studentesche e convocare il voto in autunno, dopo 12 anni non può ricandidarsi ma ha già messo gli occhi sulla poltrona da primo ministro
"Siamo sulla strada dell'Ue e rimarremo su questa strada", ama dire Aleksandar Vučić, ricordando che la Serbia è ufficialmente un paese candidato all'adesione all'Unione europea dal 2012 e quello è l'orizzonte privilegiato anche se non si sta avvicinando. Il percorso marcia molto lentamente, anche e soprattutto per divergenze in politica estera: in primo luogo rispetto alla Cina, che è ormai diventato il principale investitore estero della Serbia - considerata l'avamposto nei Balcani della Nuova Via della Seta - per cui Belgrado alza la voce davanti alle mosse anti-cinesi di Bruxelles.







