di
Tiziano Grottolo
Lo scalatore e regista: «Andare in cima alla montagna più alta del mondo solo per farsi un selfie non è alpinismo, non si può ridurre tutto a una gara a chi conquista più vette. Il gas xenon per salire in quota velocemente? Basterebbe allenarsi di più»
Hervé Barmasse, classe 1977, è uno degli alpinisti più affermati del panorama internazionale. Nato in Valle d’Aosta, cresciuto ai piedi del Cervino, rappresenta la quarta generazione di una famiglia di guide alpine. La sua carriera da alpinista è costellata di importanti ascensioni, come la nuova via aperta in solitaria sul Cervino, la prima ascensione della liscia lavagna granitica del Cerro Piergiorgio e la nuova via sul Cerro San Lorenzo in Patagonia. Tuttavia, Barmasse è anche uno scrittore e un regista che ha saputo raccontare la montagna a 360 gradi. Ospite fisso al Trento Film Festival, nel 2011 con «Linea continua» ha vinto il premio del pubblico.
Per lei l’alpinismo è sempre stato una cosa di famiglia, si riconosce ancora nell’evoluzione di questa disciplina? Mi riferisco agli alpinisti in fila per raggiungere l’Everest o alle discariche sull’Himalaya...«Per prima cosa dobbiamo capire se si tratta di un’evoluzione o un’involuzione. Ciò che succede all’Everest succede su tutte le 14 montagne più alte del mondo. Eppure, gli alpinisti, compresi molti professionisti, che spesso salgono in coda esattamente come i turisti, continuano a essere restii a denunciare questa involuzione, peraltro già segnalata da Jon Krakauer (alpinista, giornalista e scrittore statunitense, ndr) nel 1996».







