di
Marta Serafini
I filo-iraniani hanno iniziato a usare gli Fpv a fibra ottica, simili a quelli che Mosca impiega sul fronte ucraino
DALLA NOSTRA INVIATA SHOMERA (confine tra Israele e Libano) - «Il problema è che non te ne accorgi. Sei lì seduto e all’improvviso lo senti sulla tua testa». Fino al mese scorso Sami Zanetti, capo del consiglio di Shomera, non sapeva nemmeno cosa fosse un drone. Ora mentre ne parla, sgrana gli occhi. «Se scappi, ti segue, sembra proprio che ti guardi».La settimana scorsa, alla fermata dell’autobus di Shomera — lo scuolabus era partito da pochi minuti —, un drone si è abbattuto sulla tettoia di cemento sgretolandola in parte. «Dopo l’attacco, a terra, abbiamo trovato questi strani filamenti», dice Zanetti. In mano ha un fascio di filamenti sottili e quasi invisibili, come filo da pesca. Da marzo anche Hezbollah ha iniziato a usare i droni a fibra ottica. Piccoli — rientrano nella categoria Fpv, first-person view, gli stessi che si usano ai matrimoni — questi quadricotteri sono molto più difficili da individuare e intercettare rispetto ai razzi e ai proiettili di mortaio. Caricati con esplosivo, volano a bassa quota e sono collegati ai loro operatori tramite un sottile filo ottico lungo tra i 10 e i 30 chilometri, che permette ai piloti di vedere e inseguire i bersagli a terra da remoto. Il tutto senza che se ne possa disturbare il segnale con le tecniche di jamming perché la fibra aggira il problema. Sono gli stessi droni che abbiamo visto decine di volte sul fronte ucraino e che vengono impiegati dai russi contro obiettivi civili e militari. Costano poco, tra i 300 e i 400 dollari l’uno, fanno danni contenuti, ma hanno un impatto psicologico sui civili devastante. «Con i razzi ho 15 secondi per rifugiarmi in un bunker. Con i droni, non hai modo di sapere quando cadranno», spiega Zanetti.APPROFONDISCI CON IL PODCASTA Netu’a, pochi chilometri più a est, arriva un segnale sullo smartphone. «C’è un’allerta, bisogna andare nel rifugio», avverte Yoav Cohen, capo del consiglio della cittadina. Il bunker pubblico è in realtà un piccolo gabbiotto di cemento. Dall’interno scrutiamo il cielo. L’esercito israeliano a volte intercetta i droni che oltrepassano il confine, ma spesso perde anche il contatto con questi piccoli dispositivi che volano a bassa quota. Non succede niente. «Tre giorni fa mio fratello ne ha tirato giù uno con il suo fucile», racconta Yoav che a sua volta porta a tracolla un M4.Per anni, Hezbollah ha costruito il suo arsenale grazie al sostegno finanziario e tecnologico dell’Iran. Prima della guerra di Gaza, le autorità israeliane stimavano che Hezbollah possedesse circa 150.000 razzi, tra cui munizioni a lungo raggio e di precisione. Tuttavia, a seguito degli attacchi israeliani contro l’arsenale e dei lanci di razzi contro il Nord d’Israele si stima che oggi alle milizie del partito di Dio sia rimasto solo il 10 per cento dei razzi. Non essendo in grado di eguagliare la potenza o la tecnologia dell’esercito israeliano, Hezbollah ha dato il via alla guerra asimmetrica. E ora, dei 13 soldati dell’Idf caduti da marzo, almeno 4 sono stati uccisi da un drone.Lungo il confine regna il silenzio. I monumenti ai caduti del 2006 sono nascosti ormai dalla vegetazione. Nuove barriere di cemento sono state costruite per proteggere il territorio da possibili attacchi. Le postazioni dei militari dell’Idf sono protette da reti da pesca, proprio come succede in Ucraina. Lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha offerto i suoi intercettori come protezione da Hezbollah, ma Israele ha preferito fare da sé. In un progetto sviluppato dall’azienda Smart Shooter, un sensore scansiona continuamente l’ambiente circostante, inviando informazioni a un computer montato sull’arma personale di un soldato, che può analizzare la minaccia, agganciare un bersaglio e poi sparare. Il ministero della Difesa sta inoltre promuovendo lo sviluppo e l’acquisto di armi a microonde ad alta potenza, progettate per bruciare i circuiti interni di un drone indipendentemente dalla frequenza. Ma, secondo gli analisti militari, l’Idf è ancora indietro sulle tecnologie di difesa e lo stesso premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dovuto ammettere che «ci vorrà del tempo».











