ATUTTAVITA nasce così, in modo quasi informale, come tentativo di dare forma a ciò che resta dopo la malattia. Nel 2023 diventa un progetto strutturato di eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi. Poi si allarga: podcast, rubrica editoriale, spazi digitali, comunità. "Eravamo sufficientemente distanti dal momento della malattia da poter guardare tutto in una prospettiva diversa e quindi uscire dal vissuto personale per renderlo fruibile in modo più generale", spiega Lodi.La parola che ritorna è sempre la stessa: mancanza. Non solo di servizi, ma di linguaggio. Di modi per raccontare la malattia senza ridurla agli estremi più riconoscibili. "La narrazione dell’esperienza oncologica è tanto stereotipata: o tutta orientata alla positività obbligatoria oppure al dramma eccessivo", sottolinea Lodi.Dentro questo spazio si muovono i progetti dell’associazione: il podcast che mette in dialogo pazienti e professionisti della salute, “Voci a colori” che raccoglie storie e passaggi di vita prima e dopo le cure, “Pausa caregiver” dedicato a chi si prende cura dei pazienti oncologici, e “Spazio sicuro”, comunità online moderata da psicologhe e psicoterapeute. Non strumenti di comunicazione, ma tentativi di costruire luoghi in cui l’esperienza non venga semplificata.Il momento della diagnosi resta uno dei punti di rottura più netti. Non è solo ciò che accade, ma il modo in cui viene percepito. E a questo si aggiunge una condizione più difficile da nominare: la sensazione di essere fuori dal mondo, anche quando il mondo continua a essere attorno. Lì, visibile.Dentro questo percorso si inserisce anche “ATUTTAVITA unplugged”. Non un evento celebrativo, ma un passaggio diverso: portare su un palco ciò che di solito resta distribuito tra vita privata, social network, frammenti di racconto. La scelta nasce da un equilibrio instabile tra distanza e urgenza. Da una parte il tempo, che permette di rielaborare. Dall’altra il fatto che il bisogno di raccontare non si esaurisce. "Abbiamo solo l’adesso", spiegano.Sul palco l’ironia diventa una soglia narrativa: non alleggerisce, ma rende dicibile ciò che altrimenti resterebbe bloccato. "Non c’è altro modo di raccontare qualcosa di tragico se non prendendosi un po’ in giro - continua -. Abbiamo trasformato la nostra più grande paura in qualcosa che fa ridere. Fa ridere ma fa anche riflettere".Quando però la narrazione torna al corpo, cambia tutto. La distanza si accorcia e l’esperienza smette di essere racconto e torna percezione. "Quando mi sono ritrovata a leggere il monologo è come se venissi risucchiata dentro la mia storia. Mi ricordavo la paura, la rivivevo mentre leggevo», sottolinea. E in quello spazio si attiva anche il pubblico, che non resta spettatore passivo: «Il fatto che ci siano persone dall’altra parte che vedono la tua emozione attiva una cassa di risonanza fortissima".