Continua il dibattito sulle parole di Francesco De Gregori che hanno destato scalpore: “Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra perché tutto ciò tutto che ci sta intorno va analizzato con estrema cura. Un proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente”.
In molti hanno contestato le sue parole e la memoria corre improvvisamente al 2 aprile 1976, quando un episodio scosse l’artista. “Vennero a prendermi nei camerini in dieci, uno aveva una pistola, e mi fecero tornare sul palco, dove venni sottoposto a una sorta di processo popolare”. Francesco De Gregori l’aveva raccontato così quel giorno, quando, al Palalido di Milano, alla fine di un concerto già continuamente interrotto da insulti, assalti sul palco, scontri e urla, venne come temporaneamente sequestrato da un gruppo di giovani appartenente al gruppo politico di estrema sinistra di Autonomia Operaia.
È l’anno del tour promozionale dell’album “Bufalo Bill”, 33 giri che, a detta dello stesso De Gregori, è il suo più riuscito. Solo che i settanta non sono solo gli anni dell’affermazione del cantautorato di sinistra, o almeno afferenti ad una larga area progressista attorno al Partito Comunista Italiano, che si affermano a livello commerciale. È l’epoca critica di un durissimo scontro tra gruppi ex parlamentari radicali di sinistra e i rappresentanti della sinistra istituzionale che ricade clamorosamente nell’ambito musicale, più che in ogni altra arte popolare. La contestazione radicale e spesso violenta contro i cantautori di sinistra che, come De Gregori, finiscono anche in cima all’hit parade riguarda proprio il modo con cui questi vivono il successo, speculando sulla musica per arricchirsi e facendo una vita di lusso al contrario della massa operaia. Insomma, tradiscono gli ideali rivoluzionari.














