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Paolo Virtuani

Torna «Torino Climate Week»: uno studio lega la prevenzione alla stabilità del Pil

L’emergenza climatica in breve tempo è scomparsa dall’attenzione degli organi d’informazione e dall’agenda politica di (quasi) tutti i governi. A meno che non ci si trovi davanti a un disastro — che improvviso non è mai ma nasce sempre da lontano —, come un’alluvione, una frana o un’ondata di calore assolutamente anomalo per la stagione, come è avvenuto la scorsa settimana. «È un dato oggettivo che è stato studiato: quando c’è una catastrofe o un evento estremo, allora c’è un picco di attenzione che poi crolla rapidamente e non se ne parla più fino al picco successivo», commenta Telmo Pievani, filosofo ed evoluzionista, docente di Filosofia delle scienze biologiche presso il dipartimento di biologia dell’Università di Padova, tra i relatori della Venice Climate Week.

La ricerca sul «Rischio climatico in Italia, dagli scenari alle proposte di intervento», realizzata da Deloitte con la collaborazione del Politecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari e della Florence School of Regulation (European University) che sarà presentata a Venezia, mette ulteriormente in evidenza il rischio climatico per il nostro Paese. Un recente studio di Enea e Università La Sapienza sottolinea inoltre che in Italia ormai sono un centinaio i giorni di stress termico all’anno, cioè quasi tre mesi e mezzo. «I problemi sono molteplici e vanno affrontati in modo complessivo», aggiunge Pievani. «L’Italia si trova in una zona, quella mediterranea, tra le più colpite dai cambiamenti climatici e da tutto ciò che comportano. Tra i comparti più feriti, per esempio, c’è il settore agricolo con periodi di siccità sempre più lunghi che obbligano a pianificare già da oggi colture diverse, più resistenti al caldo, alla scarsità di piogge, alla salinizzazione delle falde acquifere. Oppure impongono lo spostamento di coltivazioni tradizionali, penso alla vite, ad altezze maggiori. Quello che serve davvero — prosegue —, e che purtroppo vedo in molti casi mancare nelle discussioni del mondo politico e produttivo italiano, è una presa di coscienza di uno stato di fatto e della necessità di una programmazione a lunga scadenza che ciò comporta. Non solo i decisori politici, ma tutti noi dobbiamo impegnarci in una transizione che richiede lungimiranza e progettazione per renderla non una traversata del deserto ma un’opportunità. Perché, come dice lo studio Deloitte, l’adozione di strategie di mitigazione e adattamento rappresenta da una parte dei costi innegabili, ma dall’altra anche un’opportunità di crescita e innovazione. In particolare per le piccole e medie imprese, che sono il cuore delle filiere produttive italiane».