Con l’Europa che si riarma, la vera vulnerabilità non riguarda carri armati o missili, quanto più i software e le reti che li gestiscono. L’Unione Europea può anche importare armi, ma non può permettersi di esternalizzare sistemi digitali che costituiscono il presupposto stesso del potere militare moderno

A marzo 2026, droni iraniani hanno colpito importanti data centre negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain; mesi prima, l’agenzia ONU per l’aviazione civile aveva formalmente condannato la Russia per il disturbo della navigazione satellitare nei cieli europei. Insieme, questi episodi rivelano qualcosa di importante sulla guerra moderna: la dimensione decisiva del conflitto non risiede più esclusivamente in carri armati, navi e aerei da caccia, bensì nei sistemi digitali che li interconnettono.

L’Europa si sta riarmando rapidamente: ma mentre investe in nuovo hardware, non sta ancora costruendo l’architettura necessaria per operare in autonomia. Non si tratta di controllare la filiera produttiva di ogni arma acquistata, bensì di tenere saldamente il controllo di quelle infrastrutture che, qualora compromesse, potrebbero paralizzare o bloccare un’operazione: software di missione, data link crittografati, servizi satellitari, aggiornamenti software, capacità di calcolo per l’IA, infrastrutture cloud per la difesa e quei componenti critici che non si possono sostituire rapidamente.