Pubblicato il: 01/06/2026 – 10:38

di Giorgio Curcio

LAMEZIA TERME Un capannone a Palagonia da trasformare nel deposito siciliano della cocaina calabrese. L’obiettivo? Trasformare il “luogo di incontro” in un possibile terminale logistico di un traffico capace – secondo l’impostazione accusatoria accolta dal gip di Catania nella fase cautelare – di collegare la Piana di Gioia Tauro ai mercati dello spaccio della Sicilia orientale. È uno dei passaggi centrali dell’ordinanza emessa nell’inchiesta coordinata dalla Dda etnea, che ha portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di sei indagati e alla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari per altre 19 persone. Secondo l’accusa, al centro dell’inchiesta ci sarebbe una presunta associazione che avrebbe gestito un articolato traffico di cocaina, hashish e marijuana provenienti dalla Calabria e destinati ad alimentare i mercati del Calatino e della zona di Gela.

L’uomo vicino ai Bellocco

L’organizzazione avrebbe operato tra Palagonia, Ramacca, Scordia, Caltagirone e Gela, con l’obiettivo di acquisire il controllo del mercato degli stupefacenti in quelle aree. In questo scenario entra in gioco la figura di un calabrese, Antonino Apa, 49 anni, residente a Rosarno e, secondo l’accusa, imparentato con esponenti della cosca Pesce ma ritenuto appartenente alla ’ndrina Bellocco. Per gli inquirenti sarebbe uno «stabile fornitore di ingenti quantitativi di cocaina» per conto dell’organizzazione e il referente per i collegamenti con la Calabria. Apa, secondo quanto emerso dagli atti dell’inchiesta, avrebbe concordato con Filippo e Salvatore Brancato le strategie di mercato legate alle forniture di droga. E sarebbe stato proprio Apa ad aver condiviso con loro il progetto di adibire il capannone dei Brancato a centro per lo stoccaggio di grosse quantità di droga provenienti dalla Calabria, così da conquistare il controllo del mercato della cocaina tra Palagonia, Caltagirone e Gela. Insomma, una piattaforma siciliana alimentata dai canali della Piana. Un deposito che, nella ricostruzione degli investigatori, avrebbe dovuto garantire disponibilità immediata di sostanza e continuità nelle forniture, sfruttando anche l’utilizzo di criptofonini qualora l’affare fosse andato in porto.