Una rete nella rete, intrecci deliranti nel web fra minorenni – più che altro bambini o quasi – che stanno troppo sui social e poi traducono i loro contatti in gesti privi di senso, violenti ed efferati, ai danni di adulti, colpendo figure di riferimento come gli insegnanti. Un filo potrebbe legare due episodi avvenuti a 1500 chilometri e a un paio di mesi di distanza, nella Bergamasca e nel Trapanese: protagonisti due preadolescenti, vittime due prof e, dietro, il sapore inquietante di una possibile istigazione a commettere il delitto, da parte di altri ragazzi o di adulti.

La testimonianza L’inchiesta dei carabinieri del Comando provinciale di Trapani, sul dodicenne della rinomata località marinara di San Vito lo Capo, che venerdì 29 maggio ha tentato di accoltellare il docente di Tecnologia, incrocia la storia di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove in marzo un’insegnante di francese venne colpita da un suo alunno tredicenne con un coltello e sopravvisse per pochi centimetri, la distanza tra il fendente e gli organi vitali. I militari stanno cercando di capire se davvero – come ha raccontato una testimone straniera, anche lei ragazzina – i due alunni di scuole medie diverse e lontane fra loro frequentassero le stesse chat e gruppi social e soprattutto, come emerge dalle prime indagini, se dietro ci sia stata la “spinta” di qualcun altro. Il sequestro dello smartphone Al di là dei deliri del dodicenne trapanese, che a un’età come la sua si ispirava a modelli di machismo e politici copiati dagli adulti, rimane il comune agire di due mancati assassini che avevano deciso di filmare e mandare in diretta il loro gesto. È per questo che il computer e il cellulare dello studente di San Vito sono stati sequestrati e sono sotto osservazione ed esame da parte di esperti, nominati e coordinati dalla Procura per i minorenni di Palermo, che sta indagando su un’eventuale istigazione a delinquere operata su un soggetto fragile e comunque non imputabile come un ragazzino che è ancora lontano dal compiere i 14 anni. Le analisi sui social È nel profilo Tik Tok, in particolare, che si sta scavando ed è lì che erano emersi segnali sulle intenzioni del piccolo: compiere un gesto clamoroso, che non pochi follower commentavano, mostrando di sapere cosa volesse fare. Il cellulare attaccato a un caschetto, la diretta su una chat di Telegram, l’insegnante da colpire non si sa bene perché, i possibili punti di contatto con l’altra storia, in cui il tredicenne lombardo agì allo stesso modo, gettano una luce ancora più sinistra sull’insieme e portano alla domanda: chi potrebbe essere, chi sarà il prossimo? Qualcuno arma le mani, anche se in senso metaforico, di questi ragazzini? La “confessione” Sabato 30 maggio il dodicenne siciliano è stato sentito per ore, in modalità protetta, dunque in presenza di esperti e psicologi, dal capo della Procura minorile, Claudia Caramanna, al quale non sarebbe apparso pentito ma determinato. Lo dimostrerebbe un post in inglese sul suo profilo Tik Tok, pubblicato poche ore prima del fatto: «Non incolpatemi per quello che farò»; e un altro, precedente, in cui aveva scritto: «La mia più grande paura è non riuscire a farne nemmeno uno».