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Alessandro Fulloni

L'incubo vissuto dalle bimbe di 9 e 7 anni che hanno assistito alle percosse subite dalla piccolina. La piccola «gridava», l'uomo diceva: «Zitta, non è nulla»

«Più la tenevi su e più la testa cadeva in avanti. Aveva corpo e labbra viola. Già lì stava molto male». È uno dei passaggi più sconvolgenti della testimonianza agli investigatori della sorellina maggiore di Beatrice, la bimba di due anni morta — per le percosse da parte della madre, Manuela Aiello, e del compagno Manuel Iannuzzi — lo scorso 9 febbraio a Bordighera, provincia di Imperia.

Dai verbali, emerge l’inferno al quale ha assistito questa bambina di 9 anni che con la sorellina di 7 ha tentato invano di salvare Bea. In quelle ore drammatiche, in casa di Iannuzzi a Perinaldo, le due «più volte avevano implorato la mamma e Iannuzzi — racconta al Corriere Alberto Lari, il procuratore capo di Imperia che ha condotto l’indagine con la pm Veronica Meglio — di chiamare i soccorsi». Richieste rimaste inascoltate. Da mesi la piccolina, soltanto perché piangeva di notte, veniva picchiata selvaggiamente da questa coppia che stava insieme da qualche mese, dedita ad alcol e che viveva nel degrado, tra sporcizia e abbandono. A ogni pianto, a ogni risveglio improvviso, considerati banalmente un fastidio, erano schiaffi, calci, pugni, pedate, frustate con fili elettrici, con la cintura, sbattuta contro muri, finestra, a terra. Il più violento era l’uomo ma di certo «la picchiava ogni giorno anche lei — è una delle testimonianze, giunta da chi li conosceva —, Manuela era una donna violenta». E se le sorelline si azzardavano a dirle qualcosa, se la più grandicella chiedeva aiuto o si opponeva, la risposta mescolava botte e «bestemmie».