Un Mondiale in due Paesi c'era già stato, al tempo di Corea-Giappone del 2002; il Mondiale allargato è addirittura precedente, arrivò con le 32 squadre di Francia '98. Ma un Mondiale diffuso su tre paesi, ognuno grande quasi come un continente, e con 48 nazionali a contendersi il titolo, ha per sua stessa natura motivi di interesse pari alle dimensioni: extra large. Quella che comincia l'11 giugno a Città del Messico con la sfida tra padroni di casa e Sudafrica è la 23esima edizione della manifestazione, un enorme ufo che plana su geopolitica e sport, mai come in questo caso intrecciati.
Sedici stadi, dodici gironi, per la prima volta anche i sedicesimi di finale. Centoquattro gare spalmate tra Canada e Messico e Stati Uniti, con questi ultimi che fanno da capofila anche oltre il previsto: sul piano della comunicazione è stata nel periodo di avvicinamento la Coppa del mondo di due persone, del presidente Usa Donald Trump e del numero uno della Fifa Gianni Infantino, che ne hanno fatto un continuo red carpet personale, lasciando sullo sfondo quelli che saranno inevitabilmente i protagonisti, i campioni.
L'asse della strana coppia Trump-Infantino si è saldato nell'ultimo anno, tra paradossali assist reciproci: da una parte la presenza del capo del calcio nel Board of Peace e in numerosi vertici internazionali, dall'altra il 'Premio Fifa per la Pace' assegnato al commander-in-chief. Anche per questo, è un torneo intrecciato alla geopolitica come poche altre volte nella storia, il torneo dei dubbi sull'Iran, causa guerra e incidenti diplomatici con gli Stati Uniti. Soluzione prevista sul piano sportivo: la nazionale di Teheran farà base in Messico pur giocando sempre negli Usa.













