Con scorte di petrolio prossime ai 12 milioni di tonnellate equivalenti e stoccaggi di gas in grado di immagazzinare il 56 per cento del fabbisogno nazionale, l’Italia guarda all’estate con discreta tranquillità. Almeno dal punto di vista energetico. Difficilmente gli automobilisti troveranno i distributori senza carburante per fare il pieno. E sono, al momento, alquanto improbabili un’ondata di cancellazioni di voli per la mancanza di jet fuel o stop alle produzioni industriali per una riduzione nelle erogazioni di metano.
La situazione Certo, c'è da fare i conti con le oscillazioni dei prezzi – ieri per un litro di benzina self serviva 1,946 euro, per uno di gasolio 2,013 – anche se i produttori non si aspettano nuove impennate. Non è chiaro se il governo potrà mantenere gli sconti sulle accise. Questo, però, è il quadro per l’Italia di fronte all’attuale andamento della guerra in Iran, con annessa crisi di Hormuz, da dove prima del conflitto transitavano al giorno una ventina di milioni di tonnellate tra crude e prodotti raffinati. Chiaramente questo scenario cambierebbe con un allargamento delle operazioni militari all’intero Medio Oriente. Ma non tutti i Paesi possono oggi avvantaggiarsi delle condizioni italiane. Già da mesi le principali economie dell’Asia – Cina, India, Giappone o Corea del Sud – lamentano ripercussioni per il taglio delle forniture. E ieri, in questa direzione, è arrivato un allarme preoccupante da Fondo monetario, Banca mondiale, Agenzia Internazionale dell'Energia e Organizzazione mondiale del commercio per la tenuta a livello globale in estate. In una nota congiunta i quattro organismi segnalano: «Le scorte globali di petrolio si stanno riducendo a un ritmo record in risposta alla grave perdita di forniture attraverso lo Stretto di Hormuz». Risultato? «Se i flussi di trasporto non dovessero tornare alla normalità, il continuo e rapido esaurimento delle scorte globali di petrolio, in vista del picco della domanda estiva nell'emisfero settentrionale, comporterebbe rischi crescenti per la sicurezza energetica, le condizioni di mercato e la più ampia resilienza economica».Impatti asimmetrici Sempre secondo Fmi, World Bank, Iea e Wto, «la guerra in Medio Oriente sta generando impatti sostanziali e fortemente asimmetrici sulle forniture energetiche, sulla sicurezza alimentare e sull'attività economica in diversi Paesi e regioni. Malgrado l'economia globale continui a mostrare resilienza, gli effetti del conflitto colpiscono in modo sproporzionato i Paesi più vulnerabili attraverso l'aumento dei prezzi di carburanti e fertilizzanti, la crescente incertezza e i rischi per l'occupazione e i mezzi di sussistenza». Da queste istituzioni, anche con la stagione della semina alle porte, arriva la richiesta di «coordinare il sostegno a chi ne ha bisogno», non escludendo neppure «azioni multilaterali e bilaterali». Restando in tema, nei giorni scorsi la Ue aveva lanciato un monito non meno preoccupante per il trasporto aereo: «Se la situazione in Medio Oriente non dovesse migliorare nelle prossime settimane, si prevedono condizioni restrittive dei mercati, in particolare per il jet fuel».Scenari poco probabili A sentire però produttori e distributori di energia italiani, gli scenari più preoccupanti sembrano molto remoti per il Belpaese. Sul fronte petrolifero, l’Italia vanta in Europa una delle principali industrie della raffinazione che lavora ed esporta all’anno una quantità di benzine, oli combustibili, bitume o lubrificanti pari a 25,72 milioni di tonnellate, superiore a quella importata (16,04 milioni). Sul fronte delle forniture, sono consistenti poi le scorte di greggio, che per convenzione internazionale non devono superare i tre mesi. Aggiunge, poi, Gianni Murano, presidente dell’Unem: «Dall’inizio del conflitto registriamo volumi di import, domanda estera e una produzione simili a quella dello scorso anno. Soltanto la lavorazione del jet fuel è aumentata del 7 per cento, il che permetterà di ridurre le scorte». Non si registrano, poi, riduzioni nelle disponibilità di gas, con l’Italia che ha il più alto livello di stoccaggio e che sta investendo per diventare il principale hub energetico del Mediterraneo. E questo, in primo luogo, per una questione di natura geostrategica: l’Italia non è dipendente (anche sul fronte del metano qatarino) dalle forniture dal Golfo Persico, anche perché dopo lo choc russo ha allargato le direttrici che si irradiano tra America, adesso anche il Venezuela, Maghreb, Africa o Paesi caucasici. «Abbiamo stimato – continua Murano – che dei venti milioni di tonnellate giornaliere di petrolio congelate per Hormuz, il mercato mondiale ne ha recuperati quasi 16 milioni. E anche su questo fronte il quadro è più fluido di quanto si pensi: l’Iran sta facendo passare per lo Stretto le navi cinesi e indiane, sia per i rapporti politici tra questi Paesi sia perché Pechino e Delhi pagano forti tariffe. Parallelamente i sauditi hanno potenziato i trasporti di greggio sull'oleodotto Est/Ovest che arriva al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, bypassando Hormuz. E anche l'Italia ha aumentato le importazioni su questo fronte rispetto al passato».







