C’era una volta il diesel, il cattivo assoluto dell’automobile. Lo si guardava come si guarda un vecchio zio che fuma il sigaro in salotto: puzzolente, rumoroso, retrogrado, colpevole di ogni nefandezza ecologica. Lo si additava nei talk-show, lo si malediva sui social, lo si bandiva dalle città con la stessa sacra furia con cui un tempo si bruciavano le streghe. Il futuro, si diceva, era elettrico, silenzioso, virtuoso, quasi buddista: zero emissioni, zero sensi di colpa, zero compromessi.
La rinascita E invece eccolo qui, il diesel, che torna in punta di piedi, senza fare troppo rumore (anzi, facendone sempre meno), e si riprende il palcoscenico con l’aria di chi ha sempre saputo che la storia, prima o poi, gli avrebbe dato ragione. Non è una rivincita volgare, sia chiaro. Non è il trionfo del brutale contro il raffinato. È piuttosto la rivincita della fisica contro l’ideologia, del chilometro reale contro il chilometro virtuale, del “sì, ma io devo andare a Bolzano da Bari” contro il “tanto ci si ricarica a casa”. E uno dei suoi manifesti più eleganti, quasi commoventi nella sua concretezza, è la nuova Volkswagen Tiguan.
La bestseller tedesca Su questa SUV di medie dimensioni – linee tradizionali ma sorprendentemente aerodinamiche, come se la matita del designer avesse avuto un improvviso attacco di pudore – la Volkswagen ha avuto il coraggio di rimettere in listino un dieselone di razza. Accanto alle immancabili ibride e ibride plug-in, ecco il 2.0 a gasolio, robusto, discreto, quasi nobile nella sua testardaggine. Un motorone di razza, pieno di coppia e dai consumi bassissimi.






