Subito dopo il recente referendum, mi permisi su queste pagine di criticare alcune delle interpretazioni più comuni riguardo all’esito di quel voto.

Anzitutto suggerii di non enfatizzare troppo la cosiddetta «nuova» partecipazione dei giovani. Era vero infatti che questi ultimi avevano preso parte al voto più del solito. Ma i dati mostravano che, al tempo stesso, la classe di elettori tra i 18 e i 24 anni rimaneva comunque quella che aveva votato di meno in assoluto e in cui il tasso di astensione era notevolmente maggiore che nelle altre coorti di età. Insomma, la mobilitazione dei giovani, da tanti enfatizzata, c’era stata, ma solo in parte ridotta.

L'astensionismo nel Mezzogiorno

Quello che aveva veramente determinato l’esito del referendum è stata l’astensione nelle regioni meridionali di una larga parte dell’elettorato di centrodestra, sia perché non convinto della riforma proposta, sia, specialmente, per motivi legati alla percezione della coalizione di governo. Perché, come si sa, il voto che inizialmente avrebbe dovuto essere sulla separazione delle carriere e sulla riforma del Csm, divenne nei fatti una vera e propria consultazione sulla fiducia nell’esecutivo. E una parte anche rilevante dell’elettorato del centrodestra, specie come si è detto, nel meridione, voleva dare un segnale in questo modo al governo: le scelte degli elettori meridionali, come è accaduto di sovente in passato e come potrebbe manifestarsi anche alle prossime elezioni, sono state determinanti nell'esito complessivo del voto.