Georg Baselitz, “Elke drei Flächen”, 2025, Galerie Thaddaeus Ropac © Georg Baselitz 2026, foto: Stefan Altenburger

La visita della mostra Georg Baselitz Eroi d’Oro – alla Fondazione Cini di Venezia fino al 27 settembre, in collaborazione con la galleria Thaddaeus Ropac di Salisburgo – non può che iniziare da un’immersione nel piccolo spazio intermedio dove viene proiettato il video di pochi minuti con una comunicazione dell’artista ai visitatori. Baselitz, scomparso il 30 aprile scorso, vi appare su una sedia a rotelle, con un giaccone usato per il lavoro con ben visibili macchie di colori. Ha in testa un cappellino con il marchio di un’azienda di prodotti «nur für uns Maler», solo per noi pittori. Al di là delle parole, basta quell’immagine per capire quanto il destino di Baselitz sia riconducibile a un solo fattore non negoziabile e ultimativo: la pittura.

Baselitz, ridotto a un’impotenza fisica, non arretra di un millimetro. E quasi in modo programmatico sigilla la sua parabola artistica con una serie di opere che si collegano a uno dei suoi cicli più celebri e dirompenti, quello degli Eroi. Ingigantisce le dimensioni delle tele, senza farsi condizionare dai pesanti limiti imposti dalle condizioni del suo corpo. Le sedici tele che compongono questo suo straordinario exit vanno da una misura minima di 3 metri per 2,50, arrivando a toccare in alcuni casi i 4,50 metri di altezza. Non c’è in questo nessuna ambizione prometeica, ma solo la volontà di isolare il campo della pittura, di preservarne il peso, la portata, sia personale che storica. «Ho sempre creduto che ci vogliono formati grandi per trasmettere qualcosa di importante da dire», spiega nel video. Poi ammette che un’affermazione come questa è «un errore madornale». Ed esce dall’impasse: «Io amo semplicemente i formati che non vengono appesi, come di consueto, dietro un divano».