Il giorno dopo la caduta del drone russo in Romania l’Europa si mostra unita nella condanna al Cremlino. «Inaccettabile, pericolosa escalation e provocazione voluta» è la sintesi. Ma il fatto è che quel drone, probabilmente fuori controllo, avrebbe potuto causare molti più danni e la reazione romena non è stata adeguata. Così come, molto probabilmente, in un contesto simile non lo sarebbe stata neanche quella di altri stati europei. Nell’attesa di conoscere l’esito dell’indagine interna annunciata da Vladimir Putin ieri, tra russi e ucraini continuano gli scambi di colpi dalla distanza: almeno 5 morti e 40 feriti civili solo nelle ultime 24 nelle città ucraine e altre due raffinerie russe colpite. Mosca inoltre accusa la controparte di aver attaccato con un drone la centrale atomica di Zaporizhzhia occupata e annuncia un esposto all’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
LA REALTÀ è che al momento gli unici che riescono a fermare i droni aerei con costi contenuti sono proprio russi e ucraini, con un vantaggio temporaneo di questi ultimi. Gli altri stati, per quanto militarmente preparati, utilizzano ancora tecnologie vecchie rispetto ai piccoli velivoli senza pilota che riescono a bucare molto facilmente le difese. Ad esempio, i vertici militari di Bucarest hanno fatto sapere che, non appena il drone è stato rilevato dai radar, si sono alzati in volo due F-16 dalla base aerea di Fetesti e un elicottero Iar Puma Socat. E tuttavia, questi mezzi da milioni di dollari nulla hanno potuto contro il piccolo velivolo. Come ha spiegato il generale Gheorghe Maxim: «4 minuti erano un intervallo di tempo troppo breve per poter abbattere il drone, che dalla sua ha le dimensioni ridotte e la capacità di volare a poca distanza dai palazzi».











