Zeudi Araya, attrice e produttrice cinematografica, è morta nella sua abitazione dopo una lunga malattia. A darne notizia è stato il figlio Michelangelo Spano, chiedendo riserbo per la famiglia e annunciando esequie in forma strettamente privata. Nata in Eritrea, a Decamerè, il 10 febbraio 1951, aveva 75 anni. Per il pubblico italiano il suo nome resta legato a una stagione molto precisa del cinema nazionale: gli anni Settanta, il grande schermo popolare, l’erotismo esotico, il mito della bellezza lontana, misteriosa, irraggiungibile. Zeudi Araya fu una delle icone di quel periodo. Un sex symbol, certamente, ma anche una figura più complessa di quanto l’etichetta lasci intendere: arrivata in Italia giovanissima, trasformata rapidamente in immagine di desiderio collettivo, seppe poi sottrarsi a quel ruolo e costruire una seconda vita nel cinema, dietro la macchina da presa, nella produzione e nella conservazione della memoria.

Il film che la impose all’attenzione fu La ragazza dalla pelle di luna, diretto da Luigi Scattini. Quel titolo divenne quasi un’identificazione: Araya non era soltanto l’interprete, ma il simbolo di un immaginario. La sua presenza scenica, il volto, il corpo, la naturale eleganza, la resero immediatamente riconoscibile. Seguirono altri titoli che consolidarono la sua fama nel filone erotico italiano, da La ragazza fuoristrada a Il corpo, fino a La preda e La peccatrice. Erano film segnati dal gusto e dai limiti del tempo: sfruttavano il fascino dell’esotico, mettevano al centro corpi femminili e desideri maschili, ma consegnarono Araya a una popolarità vasta, trasversale, spesso superiore alla qualità dei copioni. La sua immagine divenne quella di una bellezza assoluta e distante. In Italia fu celebrata come diva sensuale, protagonista di un cinema che guardava all’Africa e ai tropici attraverso lo sguardo occidentale, con tutti gli stereotipi del caso. Lei stessa, negli anni, non rinnegò quella stagione: ne riconobbe i limiti, ma anche il ruolo decisivo che ebbe nella sua vita. Quei film le diedero notorietà, indipendenza, ingresso in un mondo che avrebbe poi abitato in maniera diversa.Dalla metà degli anni Settanta la sua carriera si spostò anche verso ruoli più popolari e meno legati al solo erotismo. Nel 1976 fu accanto a Paolo Villaggio in Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure, commedia di Sergio Corbucci in cui interpretava la “Venerdì” del naufrago moderno. Poi arrivarono Giallo napoletano, ancora di Corbucci, con Marcello Mastroianni, Tesoromio, con Johnny Dorelli, Sandra Milo e Renato Pozzetto, e più avanti I paladini - Storia d’armi e d’amori di Giacomo Battiato e Il giorno prima di Giuliano Montaldo.Fondamentale fu l’incontro con Franco Cristaldi, uno dei grandi produttori del cinema italiano. Cristaldi aveva legato il suo nome a film entrati nella storia, da Amarcord a Nuovo Cinema Paradiso, e con Araya condivise vita e lavoro. Il matrimonio con lui segnò una svolta: l’attrice, progressivamente, si allontanò dai ruoli che l’avevano resa famosa e si avvicinò alla produzione, al restauro, alla gestione di un patrimonio cinematografico enorme.Dopo la morte di Cristaldi, nel 1992, Zeudi Araya ne raccolse anche l’eredità professionale. Contribuì alla valorizzazione della Cristaldifilm e della library legata a uno dei marchi più importanti del cinema italiano. La sua seconda vita fu meno appariscente, ma non meno significativa: non più soltanto volto da copertina o corpo cinematografico, ma produttrice, organizzatrice, custode di film e archivi. Tra i lavori da produttrice si ricordano Marciando nel buio, diretto da Massimo Spano, e il documentario Franco Cristaldi e il suo cinema Paradiso, dedicato proprio alla figura del produttore.La parabola di Zeudi Araya attraversa così molti piani: la favola della ragazza arrivata dall’Eritrea e diventata diva in Italia; la stagione del cinema erotico e dei suoi miti; il passaggio alla commedia e al cinema d’autore popolare; l’amore con Cristaldi; la trasformazione in produttrice. La sua bellezza fu il primo biglietto da visita, ma non l’unico. In un’industria che spesso l’aveva ridotta a icona sensuale, Araya seppe trasformare il proprio ruolo e restare dentro il cinema da una posizione di maggiore autonomia.Con lei scompare una delle presenze più riconoscibili del cinema italiano degli anni Settanta: una diva nata da un immaginario oggi discusso, ma anche una professionista che seppe reinventarsi, passando dall’essere guardata all’essere parte attiva della conservazione di una memoria collettiva. La “ragazza dalla pelle di luna” lascia il ricordo di un volto, di un’epoca e di un percorso personale molto più lungo della sua leggenda di sex symbol.