La Corte d’appello di Perugia ha revocato la condanna a otto anni per calunnia aggravata inflitta nel 2002 a Vincenzo Scarantino, figura centrale delle prime ricostruzioni sulla strage di via D’Amelio – in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta – poi riconosciute come frutto di un depistaggio.

I giudici hanno accolto l’istanza di revisione presentata dalla difesa, rappresentata dall’avvocata Vania Giamporcaro. La Procura generale aveva a sua volta chiesto l’assoluzione, aderendo alla posizione dei difensori.

La decisione annulla la sentenza emessa il 27 dicembre 2002 dal gip di Roma, Renato Croce, che imputava a Scarantino di avere calunniato magistrati, dirigenti e funzionari di polizia, agenti penitenziari e il collaboratore di giustizia Francesco Andriotta. La pena, integralmente espiata, prevedeva anche una misura di sicurezza della durata di tre anni.

L’imputazione per calunnia era scaturita dopo la ritrattazione resa da Scarantino nel processo d’appello “Borsellino uno”: il 24 settembre 1998 egli negò ogni coinvolgimento nella strage e denunciò pressioni e condizionamenti investigativi subiti dal gruppo “Falcone-Borsellino”, allora guidato dal questore Arnaldo La Barbera.