Entrato in ospedale per una fibrillazione atriale, è morto durante un intervento al cuore. È la vicenda di Mario V., 65 anni, muratore napoletano di Scampia, al centro di un procedimento giudiziario che ha portato il Tribunale di Napoli ad accertare vari profili di responsabilità sanitaria sulla base della Consulenza tecnica d’ufficio. Una storia che riporta al centro il tema dell’appropriatezza clinica delle procedure invasive e dell’adeguatezza organizzativa delle strutture sanitarie chiamate a gestire interventi ad alto rischio.Mario V. era stato ricoverato presso l’Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli per la fibrillazione atriale. Dalla documentazione clinica esaminata nel corso del giudizio non emergevano episodi documentati di aritmia attiva né fallimenti terapeutici farmacologici tali da rendere inevitabile un’immediata procedura invasiva. Nonostante ciò, veniva programmata un’ablazione transcatetere, tecnica che prevede l’introduzione di cateteri nel cuore per isolare le aree responsabili dell’aritmia. Durante la delicata fase del passaggio transettale, secondo quanto ricostruito dalla Ctu, si verificava una perforazione cardiaca con conseguente emorragia interna e tamponamento cardiaco. Il tentativo di drenaggio non risultava risolutivo e il paziente moriva in sala operatoria. La consulenza tecnica ha evidenziato diversi profili critici. In particolare è stata rilevata l’assenza di adeguati elementi clinici che giustificassero l’indicazione all’intervento, gravi profili di imperizia nell’esecuzione della procedura e l’assenza di un reparto di cardiochirurgia nella struttura sanitaria, elemento ritenuto particolarmente rilevante nella gestione di complicanze emorragiche gravi.Nel settore cardiologico, l’ablazione transcatetere è una procedura diffusa e spesso efficace nel trattamento di alcune forme di fibrillazione atriale. Tuttavia, come ricordano le linee guida internazionali, deve essere eseguita in contesti adeguatamente attrezzati e in presenza di precise indicazioni cliniche, soprattutto considerando i rischi, seppur statisticamente contenuti, legati alle possibili complicanze intraoperatorie. L’assenza di un reparto di cardiochirurgia in una struttura che esegue procedure invasive cardiologiche può incidere in modo decisivo nella gestione delle emergenze. Il procedimento si è concluso con il riconoscimento in favore della famiglia della vittima di un risarcimento superiore a un milione di euro. La famiglia è stata assistita dallo studio legale napoletano dell’avvocato Angelo Melone, specializzato in responsabilità professionale medica e diritto sanitario (www.angelomelone.it). «Quando si interviene sul cuore di una persona – osserva l’avvocato Angelo Melone – la prima domanda dovrebbe essere sempre: quell’intervento era davvero necessario? Le linee guida indicano che l’ablazione cardiaca debba essere eseguita in casi selezionati e in strutture adeguatamente attrezzate. Appropriatezza clinica e organizzazione sanitaria non sono aspetti burocratici, ma condizioni essenziali per la tutela della vita umana». Il caso di Mario V. si inserisce in un dibattito sempre più attuale sul rapporto tra innovazione tecnologica, sicurezza delle cure e responsabilità sanitaria.
Se l’intervento è un moltiplicatore del rischio clinico
Sul canale YouTube de L’Espresso il secondo racconto della serie su vicende emblematiche seguite dallo studio legale di Angelo Melone che hanno al centro disfun






