Salvatore Dettori era lucido al momento dell’omicidio, non folle. Il delitto della madre, la 73enne Silvana La Rocca, colpita con diverse coltellate per poi strapparle il cuore a mani nude la sera tra il 13 e il 14 novembre 2024 nella villetta della donna a Leporano, è maturato in una fredda e totale consapevolezza.
Sono queste, sostanzialmente, le conclusioni della consulenza affidata alla psichiatra e direttrice della Asl di Lecce, Maria Nacci che ha spiegato dinanzi alla Corte d’Assise - presieduta da Fulvia Misserini, a latere il giudice Loredana Galasso - nell’udienza del processo che vede imputato il 47enne. I difensori dell’uomo, gli avvocati Emanuele Catapano e Francesco D’Errico, avevano spinto fin dall’inizio per una valutazione della condizione psichiatrica del loro assistito. Una richiesta a cui il pubblico ministero Salvatore Colella che ha coordinato le indagini, aveva dato il consenso, ma contrastata dalle parti civili (rappresentate dagli avvocati Rosaria Bova e Nicola Petrini) e poi rigettata anche dalla Corte. Consulenza infine accordata dai giudici dopo la richiesta di perizia avanzata dal penitenziario di Lecce dove l’imputato si trova detenuto.
La valutazione psichiatrica mirava ad accertare non soltanto se il 47enne fosse in grado di intendere e di volere al momento del delitto, ma anche di affrontare il processo e la sussistenza di una pericolosità sociale. Quesiti ai quali la dottoressa Nacci ha risposto dopo aver analizzato la storia clinica del 47enne e sottoponendo Dettori a test psicologici specifici. Ebbene, dalla consulenza è emerso che l’imputato soffra di un «disturbo della personalità misto» che include tratti ossessivi, paranoici e depressivi. Ma nonostante le sue idee «bizzarre» di una setta di «antropofagi», la psichiatra ha stabilito che il 47enne sapeva cosa stava facendo quel giorno e ne comprendeva le conseguenze oltre ad essere in grado di difendersi e di capire cosa accade nel processo e all’assenza di una pericolosità sociale.







