Domani 31 maggio, in prima serata su Rai 1, andrà in onda “Meglio tardi che mai”, il tv movie diretto da Giuseppe Curti per la collana "Purché finisca bene". Una commedia sentimentale dal tono frizzante ma con un cuore autentico, prodotta da Pepito Produzioni in collaborazione con Rai Fiction, che porta il pubblico dentro un carcere femminile di Bassano del Grappa tra risate, riscatti e amori ritrovati.Al centro della storia c'è Marco, interpretato da Lorenzo Richelmy: attore brillante e narcisista, travolto da una bufera mediatica dopo aver offeso pubblicamente una collega sul set. Per salvare la carriera, su pressione del suo agente, accetta di tenere un laboratorio teatrale nel carcere della sua città natale, lo stesso posto da cui era fuggito da giovane per inseguire il palcoscenico. Lì lo aspetta la zia Tina, assistente sociale con velleità da detective, dispensatrice inesauribile di buon senso. E soprattutto lo aspetta Arianna, interpretata da Mariana Lancellotti, il grande amore di un tempo, oggi detenuta ingiustamente per una truffa legata all'azienda di famiglia. A rendere tutto più complicato, l'avvocato Francesco, che nasconde più di un'insidia. Il cast è completato da Emanuela Grimalda, Camilla Filippi, Gabriele Cirilli, Claudio Corinaldesi e dalla partecipazione straordinaria di Sergio Assisi. Nel film c'è anche Chiara Cavaliere, che veste i panni di Sonia, agente penitenziaria del carcere femminile. Un personaggio che si distingue per una qualità rara nel suo ruolo: l'empatia. Sonia sa stare dalla parte delle detenute senza mai perdere l'autorevolezza che il suo ruolo richiede. Per costruire questo equilibrio delicato, l'attrice si è preparata sul campo. «Ho avuto la possibilità di conoscere un agente penitenziario sul set», racconta Cavaliere, «e questo mi ha dato degli spunti fondamentali». Prima di quell'incontro, il personaggio di Sonia era già scritto sulla pagina con quella sfumatura umana — un'agente capace di empatia, senza mai farsi scavalcare. Ma confrontarsi con chi quella realtà la vive ogni giorno ha trasformato un'intuizione drammaturgica in qualcosa di concreto e verificabile: «Parlare con un vero agente di polizia penitenziaria mi ha fatto capire quanto è vera quella dimensione umana. Si possono instaurare relazioni autentiche, esiste davvero questa umanità, nonostante il rapporto piramidale tra detenuti e agenti». Quella stessa persona le ha confermato che i sorrisi, i momenti di connessione autentica che si vedono nella fiction non sono solo invenzione narrativa: accadono. E accadono spesso. La figura dell'agente penitenziario è quasi sempre assente dal racconto televisivo italiano, un vuoto che “Meglio tardi che mai” prova a colmare, almeno in parte. Cavaliere è convinta che la fiction possa contribuire a far conoscere meglio questa professione al grande pubblico: «Sono figure che vivono in un ambiente non facile. È una vita che merita di essere raccontata». Un territorio che la serialità ha iniziato ad esplorare con “Mare Fuori”, ma che resta ancora poco frequentato. Il teatro, nel film, diventa lo strumento attraverso cui le detenute ritrovano voce e identità. Ogni storia ha il suo peso specifico. Tra quelle che hanno lasciato il segno più profondo su Cavaliere c'è quella di Irina, interpretata da Viktorija Portnova: una madre che in carcere deve fare i conti ogni giorno con l'impossibilità di vedere crescere i propri figli. Non è la reclusione in sé a colpire, ma quella forma particolare di assenza: essere viva, presente, eppure esclusa da momenti che non torneranno. «Li hai messi al mondo, ma non puoi esserci», dice l'attrice, con una semplicità che dice tutto. È una sofferenza che parla un linguaggio universale, e Cavaliere lo sa: «In quanto donna mi ha colpito molto». Non si tratta solo di immedesimazione professionale, ma di qualcosa che tocca una dimensione più intima, quella del legame tra madre e figlio, che il carcere non spezza ma deforma, rendendolo fatto di attese, di fotografie, di voci al telefono.E poi c'è la storia di Fatima, interpretata da Daniela Scattolin, che porta in scena una paura meno ovvia ma altrettanto reale: quella di uscire. «Il carcere diventa la tua realtà», spiega Cavaliere, «e inizi ad aver paura di quello che c'è fuori. A questa paura non avevo mai pensato prima, e mi ha colpito molto». È questa la sfida che il regista Giuseppe Curti descrive come il cuore del progetto: raccontare il carcere senza appesantire una storia che doveva restare leggera. «Il film manda un messaggio di amore, amicizia, speranza e rinascita», spiega Curti. «Tutti sbagliamo, ci perdiamo. L'importante è ritrovarsi e dirsi la verità. Per farlo, è sempre meglio tardi che mai».“Meglio tardi che mai” è realizzato con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell'audiovisivo, il sostegno della Regione Veneto nell'ambito del PR FESR 2021-2027, Veneto Film Commission e il patrocinio della Città di Bassano del Grappa. Il film ha ottenuto la certificazione Green Film, che attesta l’adozione di comportamenti ecosostenibili e a basso impatto ambientale durante tutte le fasi delle riprese sul set.