La vera questione non è più se lo Stretto resterà aperto, ma chi avrà il potere di condizionare l’accesso a una delle arterie strategiche dell’economia mondiale. L’analisi di Marco Vicenzino

La prossima fase della crisi di Hormuz potrebbe non essere definita da una chiusura totale dello Stretto, ma dalla natura sempre più condizionata dell’accesso a una delle principali arterie dell’economia mondiale. Le ultime notizie su una possibile estensione della tregua tra Stati Uniti e Iran, insieme agli avvertimenti americani contro eventuali meccanismi di pedaggio nello Stretto, confermano che il punto centrale non è soltanto la riapertura del passaggio, ma chi ne definirà le condizioni.

Il punto non è soltanto se petroliere e navi commerciali possano tornare a transitare. È se uno dei passaggi più importanti dell’economia globale possa ancora essere considerato prevedibile, sicuro e politicamente affidabile.

La diplomazia attorno a Hormuz conta non solo come possibile strumento di de-escalation, ma come segnale del modo in cui l’accesso a una delle arterie strategiche dell’economia mondiale potrebbe essere gestito nei prossimi anni. Anche una proroga della tregua ridurrebbe il rischio immediato senza necessariamente ricostruire la fiducia. La tendenza di fondo è già visibile: la stabilità non è più automatica. È sempre più politicamente mediata.