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La storia del rapimento in clinica della piccola Sofia e della condanna a 5 anni e 4 mesi di Rosa Vespa è narrata nelle venti pagine di motivazioni vergate dal gup di Cosenza, Letizia Benigno. Un fatto che non viene mai ridotto alla sola cronaca del sequestro, ma letto come l’esito di una costruzione psichica e comportamentale, in cui la dimensione dell’inganno s’impasta con una pianificazione lucida, progressiva, documentata. Al centro della decisione resta la qualificazione giuridica della vicenda rubricata dalla Procura guidata da Vincenzo Capomolla, come sequestro di persona. «La neonata – scrive il giudice – è stata privata della libertà personale nel senso pieno della norma, che tutela la libertà di movimento anche quando la vittima, per età, non è in grado di autodeterminarsi».

La ricostruzione della condotta di Rosa (che difesa dagli avvocati Gianluca Garritano e Teresa Gallucci) assume nel provvedimento un rilievo decisivo: la lunga messinscena della gravidanza, la costruzione di una narrazione familiare condivisa, le finte visite in clinica, le comunicazioni WhatsApp, fino alla simulazione del parto e alla predisposizione del contesto domestico. Un sistema coerente, sostenuto da precauzioni ripetute, che secondo il giudice esclude l’idea di un gesto improvviso o non governato. Elemento centrale delle motivazioni è però il giudizio sulla imputabilità di Rosa. Il gup prende le mosse dalle differenti conclusioni delle consulenze. Da un lato l’esperto nominato dal pm esclude ogni vizio di mente rilevante. Dall’altro, lo specialista della difesa, invoca un disturbo borderline con possibile perdita del contatto con la realtà. La perizia d’ufficio, tuttavia, viene ritenuta più solida nell’impianto complessivo: «Il disturbo di personalità, pur presente, non raggiunge mai la soglia dell’infermità».