Chiunque abbia più di 30 anni ha sentito almeno una volta un manager, un imprenditore o un professore universitario lamentarsi del fatto che la generazione più giovane è straordinariamente abile con l’IA e rapidissima a svolgere compiti grazie all’intelligenza artificiale, ma spesso non è in grado di mettere davvero in discussione, elaborare o spiegare in modo adeguato i risultati che ottiene.

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Anche il concetto di supervisione umana resta molto astratto: che cosa significa una vera supervisione umana? Come si insegna? Senza solide basi di pensiero critico, gli strumenti di IA rischiano di amplificare problemi già presenti in molte società, dove le persone tendono a credere a tutto ciò che leggono. In passato questa fiducia eccessiva era rivolta ai media tradizionali, poi ai social media e ora ai chatbot e ai vari strumenti di IA.

Di conseguenza, la mancanza di pensiero critico rende più vulnerabili sia i singoli individui sia le intere società di fronte a diverse minacce esterne, mentre i dipendenti che usano l’IA in modo superficiale espongono i propri luoghi di lavoro non solo a rischi commerciali e reputazionali, ma anche a conseguenze legali.

Oggi i governi europei hanno davanti due opzioni: impegnarsi in modo passivo con le opportunità e le minacce degli strumenti di IA, limitandosi a lezioni teoriche su etica, rischi e altro, oppure affrontare la questione di petto e usare l’intelligenza artificiale per orientare gli studenti nella direzione giusta, formando giovani adulti non solo alfabetizzati all’IA, ma anche capaci di pensiero critico.