Molto amato e citato dagli scrittori, da Alda Merini a Shakespeare a Gabriele d’Annunzio, l’asfodelo è una pianta circondata da un alone di mistero. Poetica, eppure votata a un uso pratico a 360 gradi, un vero maiale del regno vegetale, di cui non si butta nulla.

Tipica del bacino del Mediterraneo, dall’Europa meridionale all’Africa settentrionale, comprese le isole Canarie, si trova anche in Asia, dal Medio Oriente fino all’India, ed è stata introdotta e si è naturalizzata anche in alcune parti dell’America del Nord.

È una pianta che anticipa la primavera con i suoi lunghi steli fioriti e i delicati fiori bianchi o rosa: «Gli asfodeli, che spuntano prima che la rondine osi e afferrano con la loro bellezza i venti di marzo», scrive Shakespeare; a maggio è già sfiorita, ma per quanto le foglie diventino più gialle e sfilacciate si rigenerano in continuazione e sono molto apprezzate dal bestiame al pascolo: l’anno successivo è pronta per un nuovo ciclo, è una pianta perenne. Nel frattempo, grazie alle radici, gli asfodeli colonizzano interi prati e si diffondono in nuovi territori.

Nell’antichità classica era considerata una pianta sacra sia dai Greci che dai Romani, che la mitologia, secondo Omero, collocava nei campi degli inferi; per questo l’asfodelo veniva associato all’aldilà e alla memoria dei defunti e piantato sulle tombe come simbolo di rinascita e speranza.