«Seguo la linea del tempo al contrario. Tengo molto alle ricorrenze e mi piace graficizzarle. Chiudo con Xxxdono e apro con Sono un grande, un titolo che mi ha fatto venire il mal di testa». Da stasera riparte il tour negli stadi di Tiziano Ferro. Dodici date, 400 mila biglietti già venduti. «Sono un grande. Non sono abituato a questo nuovo mondo in cui ci si può stimare. 15 anni fa sarebbe stato mal interpretato. Ogni tanto guardo questa generazione e un po’ la invidio. Io ci sono arrivato bello cresciuto. E mi dà la carica». Nell’album ci sono i feat. di Lazza, Shiva, Giorgia, Ditonellapiaga, Ariete. Verranno anche ai live? «Ci saranno tutti quelli che sono sul disco. Il 6 Lazza, il 7 Ditonellapiaga e Shiva a Milano. Giorgia e Ariete a Roma ma non so ancora in quale delle due date (27 e 28 giugno)». Cosa le hanno insegnato gli artisti più giovani di lei? «Da ragazzino pensavo che quali più grandi di me che non mi chiedevano feat, malgrado il mio successo, fossero poco furbi: “non volete i miei beat, le mie melodie? Siete matti”. Il mestiere evolve e cambia qualcosa anche dentro di te. Come nell'amore: per stare a lungo con una persona bisogna rinnovarsi. Per la musica è uguale. All’inizio è tutto, poi quel tipo di energia, di scrittura, di canto diventa necessaria. Mi mancava. E chiedere a chi ha più freschezza è stato bello ». Ha 46 anni. In cosa ha assecondato i suoi cambiamenti? «Per qualcuno la musica diventa droga e ci si perde. Per altri diventa famiglia come è successo a me. Il punto è qualcosa ti porta a fare questo mestiere. Io non riuscivo a urlare chi ero a chi mi stava vicino. Adesso sono più libero e ho cambiato punto di vista. Prima il palco era sacro, stracolmo di adrenalina, quasi ansia. Adesso è il "day off" dalla vita comune. Negli ultimi due tour ho portato anche i miei figli: quattro e cinque anni ». Francesco De Gregori dice che i cantanti non devono prendere posizione. Anzi che gli artisti sono inutili e farebbero bene a stare al loro posto. Lei cosa ne pensa? «De Gregori ha segnato uno spartiacque. Ha rotto le categorie del sentire. I poeti e i drammaturghi hanno sempre spinto le persone a scavarsi dentro. Ma io non mi sento in cattedra. Quando penso che porto i miei figli in Italia e hanno meno diritti di altri bambini, allora mi espongo eccome se mi espongo. Lo dico perché credo che le persone abbiano diritto di conoscere il mio sentimento. Mi metto a nudo e chiedo solo di poter scegliere, in mezzo a una pletora di voci che altrimenti si somigliano tutte. Non sono un modello da seguire ma una testimonianza. Sta agli altri farne quello che vogliono».. Il 2 giugno si celebrano gli 80 anni della Repubblica. Lei vive spesso all’estero: cosa significa questa data? «Non ho l’atteggiamento di chi vive all’estero e si sente superiore. Sono quasi un rifugiato: se potessi non vivrei in Usa. Mi ci ha portato un progetto di vita un matrimonio e ora mi ritrovo incastrato lì. Guardo l’Italia con nostalgia. Mi mancano i miei amici, l’atmosfera, quell’atteggiamento verso le persone. Non mi piace la deriva sui diritti civili ma quello che accade tra la gente, tra i giovani che partecipano e manifestano è un’altra cosa. Sento un’evoluzione nell’intelligenza collettiva, forse superiore a quella di spagnoli e inglesi, che mi sembrano un po’ regrediti. E forse le manco anch’io, un po’. Ci facciamo vivi, Italia».