GEOGRAFIE Anticipiamo da «Il desiderio di non sapere e di dimenticare», scritto in occasione della «Milanesiana»

A metà degli anni Novanta ero alle prese con i lavori più disparati, e fu così che mi ritrovai ad organizzare un laboratorio di video-making per i bambini delle scuole elementari.

Uno di questi corsi si sarebbe tenuto in una scuola esclusivamente femminile della Città Vecchia di Gerusalemme. Avevamo fissato il numero delle partecipanti a venti. Un paio di settimane prima di cominciare, la scuola mi informò che si erano iscritte circa centotrenta bambine. Replicai che non potevano essere più di venticinque. Suggerii allora di chiedere loro di inviare un racconto su un episodio significativo durante il tragitto per andare a scuola. I posti sarebbero quindi stati assegnati in base al merito dei racconti.

TRASCORSA UNA SETTIMANA, arrivarono quasi centotrenta storie. Dopo averle lette, fui costretta ad ammettere una ricorrenza lampante: più di cento raccontavano la stessa storia. Quasi tutti si basavano su una bambina che, mentre andava a scuola, incontrava un signore anziano e cieco e lo aiutava ad attraversare la strada.

L’unica conclusione plausibile in quel momento, almeno per me, era che una di loro si fosse fatta venire l’idea e le altre l’avessero copiata, o peggio ancora, che fosse una storia appresa a scuola, magari da un insegnante che voleva educare le sue alunne a comportarsi con cura e compassione verso il prossimo. Senza rifletterci troppo, decisi che si trattava di una storia scontata e banale, che i bambini tendono a ripetere senza farsi domande.