A poche centinaia di metri dall’ospedale Al-Ma’madani, nel centro della città di Gaza, si trova il mercato di Firas, ormai trasformato in cumuli di immondizia, dove i rifiuti sanitari si mescolano a quelli domestici e commerciali e ai detriti delle demolizioni.
I cumuli si estendono per tutto il mercato e tra gli edifici. La città soffoca sotto odori nauseabondi e nuvole di polvere, mentre passanti e venditori continuano la loro giornata respirando il pericolo. Con l’aumento delle temperature estive, questi cumuli si trasformano in focolai di emissioni di metano e ammoniaca, peggiorando la qualità dell’aria e influenzando il clima della piccola città assediata. Le auto ci passano accanto e i bambini si fanno strada tra essi alla ricerca di scarti riutilizzabili.
ALL’ANGOLO di una strada, l’operatore ecologico Mohammed Nasser è seduto sul marciapiede, davanti al suo carrello di metallo pieno di sacchi con l’etichetta «rifiuti sanitari». Dice stanco: «Questi rifiuti non sono normali; contengono aghi, provette per il sangue e sacchi chirurgici. Li raccogliamo ogni giorno in mezzo alla folla e nessuno ci fornisce dispositivi di protezione. Basta una sola puntura a ucciderci».
All’interno di un vicino ospedale, Sahar Suleiman, un’addetta alle pulizie con dieci anni di esperienza, si trova davanti a un corridoio pieno di sacchi della spazzatura, indicando i simboli di avvertenza: «Prima della guerra, smistavamo con cura i rifiuti sanitari, ogni tipo nel proprio contenitore. Oggi mettiamo tutto in un unico sacco perché i contenitori sono scomparsi e le attrezzature sono distrutte. È pericoloso per i pazienti, per lo staff e per la gente fuori».






