«La nostra ribellione esplode ai tempi della monarchia dello shah Pahlavi, contro l’assimilazione forzata alla cultura persiana. Come curdi, non accettavamo di essere cancellati».

Maryam Fathi è una militante del Kjar, Società delle Donne del Kurdistan orientale: «Nel movimento di liberazione del Kurdistan, le donne sono sempre state protagoniste. Anche in Rojhelat, dove il popolo curdo rivendica da decenni diritti e autodeterminazione», ci racconta riferendosi alla regione curda dell’Iran.

NEL 1946, sotto il regno di Pahlavi, il Partito democratico del Kurdistan iraniano (Pdki) fonda la Repubblica di Mahabad, un autogoverno che include anche l’emancipazione femminile. L’esperienza dura solo undici mesi: dopo il ritiro delle truppe sovietiche, viene soffocata da una cruenta repressione.

Le idee di Mahabad sopravvivono nella resistenza curda. Tra gli anni ’60 e ’70 nascono partiti come il Komala in Iran e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) in Turchia.

All’interno di queste formazioni, le donne creano gruppi autonomi attivi nella lotta armata e nell’informazione, attirando la repressione di Ankara e Teheran. La situazione precipita nel 1979, quando la Rivoluzione islamica instaura la Repubblica degli Ayatollah guidata da Khomeini, senza lasciare spazio all’autonomia curda.