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Ultimo aggiornamento: 9:58
La denuncia arriva dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), ma si inserisce in un quadro ben più ampio e inquietante, segnato dall’escalation militare e dalla crescente repressione interna in Iran. La storia delle “celle saldate” nel carcere di Evin – destinato dalle autorità di Teheran ai prigionieri politici – non è solo l’ennesimo capitolo di violazioni dei diritti umani: è il simbolo di un sistema che, in tempo di guerra, sembra disposto a trasformare le proprie carceri in trappole mortali.
Secondo quanto riportato dal comitato femminile dell’NCRI, le autorità penitenziarie avrebbero iniziato a saldare le porte metalliche delle celle per prevenire rivolte, evasioni o disordini. Una decisione che, in condizioni normali, sarebbe già gravissima; ma che diventa potenzialmente catastrofica nel contesto attuale. Con il conflitto riesploso e il rischio di nuovi bombardamenti, i detenuti si troverebbero intrappolati senza alcuna possibilità di fuga in caso di incendio, crolli o attacchi aerei.
Dalle testimonianze che filtrano dall’interno di Evin emerge un’immagine ancora più drammatica. Con la riduzione del personale penitenziario e l’assenza di assistenza, il carcere sarebbe in parte abbandonato. “Vogliamo uscire da dietro queste porte e queste mura”, è l’appello riportato dagli attivisti.








