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Ultimo aggiornamento: 8:00

“Stanno sganciando bombe su di noi. Alcune persone sono ferite, le finestre sono in frantumi, siamo tutti sparpagliati … Adesso hanno colpito ancora. Non so, a me pare una cosa intenzionale. Ma bombardare una prigione è una cosa priva di logica e incompatibile con ogni codice di condotta. Loro [le autorità della prigione] hanno chiuso la porta e non abbiamo alcuna notizia”.

Sono le parole dette, in una concitata telefonata ai familiari, dal dissidente politico iraniano Mohammad Mourizad, dall’interno della sezione 8 della prigione di Evin, a Teheran. È solo una delle molteplici fonti – tra cui immagini satellitari, foto e video validati e testimonianze dall’esterno e dall’interno del centro penitenziario – che hanno portato Amnesty International a concludere che l’attacco intenzionale, portato a termine a più riprese il 23 giugno da Israele contro la prigione di Evin, abbia costituito una grave violazione del diritto internazionale umanitario e debba essere indagato come crimine di guerra.

Ai sensi delle norme che regolano lo svolgimento dei conflitti, una prigione o un luogo di detenzione sono considerati obiettivi civili. Non è emersa alcuna credibile prova che la prigione di Evin costituisse un legittimo obiettivo militare. Gli attacchi, avvenuti in un giorno lavorativo e in un orario in cui buona parte del carcere era piena di civili – tra cui familiari in visita ai prigionieri – hanno ucciso o ferito decine di civili e causato gravi danni e distruzioni in almeno sei zone del complesso penitenziario.