Una sedicenne è “caduta” nel fuoco durante una crisi epilettica e per questo ha perso un piede. Probabilmente, però, non è stato un “tragico incidente”. Nel luogo in cui la ragazza vive, qualcuno usa ancora spingere tra le fiamme le persone con epilessia per liberarle da una presunta possessione. Succede ora, nel 2026, in alcune comunità africane in cui l’epilessia non viene ancora vista come una patologia da curare, ma come un male da estirpare. È per guardare in faccia storie come questa e raggiungere chi vive in contesti dove l’accesso alle cure è ancora difficile che è nato “Dream, viaggio nel cuore dell’Africa”, lo spettacolo che andrà in scena il 4 giugno al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, interpretato dalla compagnia amatoriale Besta on Stage, composta da medici, infermieri, ricercatori, personale dell’omonimo Istituto Neurologico e loro familiari. La serata sarà infatti l’occasione per raccogliere fondi da devolvere alla formazione di giovani medici e alle cure specialistiche di malati di epilessia in Malawi e Mozambico, attraverso il finanziamento del progetto internazionale “Dream”, attivo in questi territori: un’iniziativa che il Besta supporta già da anni, in particolare con il dottor Massimo Leone, suo neurologo, e il contributo della Comunità di Sant’Egidio e della Fondazione Mariani Ets.I fondi raccolti in questa occasione – con il sostegno di Cbdin onlus, associazione nata proprio tra le mura della Neurologia Infantile del Besta – serviranno in particolare a trattare donne in gravidanza affette da epilessia. «Il nostro obiettivo è di raccogliere un minimo di 20mila euro che consentirebbero di coprire la terapia di 150 donne per un anno», spiega ad Avvenire la dottoressa Veronica Redaelli, neuro-oncologa del Besta, autrice e regista del musical che andrà in scena a tale scopo. «Mentre da noi esistono ormai trattamenti di livello elevato, in Africa chi soffre di epilessia non può permettersi economicamente di accedere alle cure basilari. Inoltre, la malattia rimane avvolta da questo alone magico, per cui le persone che ne sono affette vengono a volte estromesse dalle loro comunità e possono finire a vivere per strada», continua la dottoressa, riportando quanto documentato dallo stesso personale del Besta che collabora al progetto in Malawi e Mozambico, sia a distanza che con la presenza saltuaria nei centri, in cui è stata curata, tra gli altri, la sedicenne ustionata. La compagnia da quando è nata, nel 2010, cerca di unire dunque arte e solidarietà, ma questa è la prima volta che va in scena con un’opera autoriale, ispirata a un testo senegalese, “Magico viaggio in Africa nera”, un libro di Lucia Santarelli e Fatou Dieng: «Oltre a raccogliere fondi, abbiamo voluto creare una fiaba che attirasse l’attenzione del pubblico sulle realtà vissute in Africa, raccontando quel mondo attraverso la storia di un viaggio di sette bambini, interpretati dai nostri figli, che vengono trasformati in animali, interpretati dagli adulti del gruppo. Ognuno di noi ha messo in gioco le competenze che aveva, realizzando a mano anche i propri costumi». Lo spettacolo è frutto dell’esperienza performativa della dottoressa Redaelli – nella danza e nella recitazione –, ma anche di quella del professor Fabio Moda, ricercatore dell’Istituto e direttore del coro “Ida Milanesi” del Besta, che sarà in scena. Ad accompagnare il coro anche la Fanfara della Prima Regione Aerea dell’Aeronautica Militare. «L’aeronautica ci ha aiutato pure nella realizzazione di un video di scena, ospitandoci alla base di Pisa per le riprese che raccontano il viaggio da qui all’Africa», specifica. Ci sarà infine un gruppo della scuola Arte Danza di Lecco, dove Redaelli ha insegnato. Sommando tutti i partecipanti, si arriva a quasi 80 volontari sul palco: «Inoltre, i Vigili del Fuoco si sono offerti volontari per garantire la sicurezza durante la serata. Alcune classi delle scuole hanno invece realizzato per noi dei fondali. Insomma, è un progetto frutto di una collaborazione di più realtà e mi ha fatto scoprire che le persone che ci tengono ad aiutare queste comunità sono più di quelle che mi aspettavo all’inizio».Dopo il successo delle prime due date al Teatro Silvestrianum, «che sono state una sorta di generale, data la capienza che non ci ha permesso di raccogliere i proventi necessari», adesso che si andrà in scena in un teatro che può ospitare fino a 1.300 spettatori e con la Fanfara, per la compagnia inizia la vera raccolta fondi. Così il gruppo amatoriale punta a trasformare il divertimento e la riflessione di circa un paio d’ore, per chi è in scena e chi in sala da questa parte del globo, in un contributo concreto per chi ha la sola “colpa” di essere nato dall’altra parte mondo.