Riflettori accesi su Belén. Qualche giorno fa era finita in ospedale, ora la notizia di una denuncia per omissione di soccorso. Avrebbe provocato due incidenti con la sua auto. Il caso Belen può riguardare tutti noi: perché nessuno è al riparo dal panico quando il corpo presenta il conto.

“Ma cosa le sta succedendo?”. È la domanda che compare ogni volta che qualcuno smette di corrispondere all’immagine che avevamo costruito di lui. O di lei. Nel caso di Belén Rodriguez la domanda è arrivata puntuale, accompagnata dal rumore di fondo che oggi accompagna ogni fragilità esposta: commenti, ipotesi, ironie, diagnosi fai-da-te. Ma il punto non è capire cosa stia accadendo a Belén ma siamo noi. Perché c’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui guardiamo chi crolla.

Osserviamo le fragilità altrui

Non osserviamo il dolore: osserviamo la crepa. E spesso non per comprenderla, ma per verificarla, ingrandirla, raccontarla. Viviamo in un tempo strano. Parliamo continuamente di salute mentale, di benessere psicologico, di ascolto. Ma appena la sofferenza smette di essere teoria e prende un volto concreto, stanco, confuso, vulnerabile, torniamo rapidamente al linguaggio di sempre: “non era lucida”, “si è lasciata andare”, “cosa le prende?”.