Le donne studiano, lavorano, curano, organizzano: poi arrivano davanti ai piani alti e trovano ancora troppe porte semichiuse

In Italia il potere ha ancora un problema di sedie. Quelle operative si trovano, eccome: scrivanie, sportelli, aule, reparti, uffici, turni, servizi, pezzi interi di Paese mandati avanti senza troppi squilli di tromba. Poi però si arriva al tavolo dove si decide davvero e la scena cambia subito: tre posti sembrano già occupati, il quarto forse, vediamo, dipende, ne riparliamo al prossimo giro. Ah, la gioia della carriera femminile raccontata come una scala e vissuta spesso come un percorso a ostacoli con il tailleur e il tacco 12.

Il Rapporto annuale Istat 2026 mette i numeri sotto questa sensazione abbastanza familiare. Nel 2025 le donne sono il 43,0% degli occupati in Italia. Quindi ci sono, lavorano, producono, stanno dentro il Paese reale. Eppure, quando si guarda alle professioni dirigenziali e manageriali, la quota precipita al 25,3%. Una donna ogni quattro sedie di comando. Le altre tre, come da tradizione, sembrano già prenotate da qualcuno che “ha più esperienza”, “ha più disponibilità”, “ha più presenza”. Che poi spesso significa solo che qualcun altro gli ha già liberato il resto della giornata.