Ancora troppi incidenti sul lavoro. E ancora troppi morti: se ne contano in media tre al giorno. Un argine a questa ecatombe - non degna di un Paese civile - può essere la formazione e la prevenzione. Purtroppo la crescita e la sempre maggiore diffusione di appalti e subappalti, 598mila nel 2025 con un incremento dell’1,4% rispetto alle 590mila dell’anno precedente (dati Anac), con conseguente frammentazione della filiera produttiva, complica la mappatura dei rischi in cui incorrono i lavoratori e l’individuazione delle rispettive responsabilità. I dati Inail testimoniano anche una significativa crescita degli infortuni in itinere, gli infortuni che interessano i lavoratori nel tragitto che svolgono tra casa e lavoro, un altro contesto di minimo controllo da parte dell’azienda, con un aumento del 3,2% rispetto all’anno precedente e un’incidenza pari a circa il 19,3% del totale. La diffusione dello smart working, infine, se da un lato ha aiutato a contenere l’incidenza di quest’ultima tipologia di infortuni, dall’altro ha esposto aziende e lavoratori a nuovi rischi che il legislatore intende prevenire.Le recenti riforme del 2025 e del 2026 hanno trasformato il Mogc-Modello di organizzazione, gestione e controllo 231 previsto dal decreto legislativo 231/2001, – spesso definito semplicemente Modello 231 – in un sistema ideato per creare strutture operative coordinate e condivise del lavoro altamente dettagliate, al fine di prevenire una responsabilità amministrativa delle imprese derivante da illeciti commessi dai loro dipendenti.Soprattutto nelle grandi realtà, questo modello viene utilizzato anche quale strumento di tutela della sicurezza del lavoro grazie alla definizione di discipline, regole operative e chiarimenti disciplinari. Nonostante la sua comprovata utilità, è uno strumento di cui le piccole e medie imprese - che secondo un'indagine del 2025-2026 dell’Osservatorio Pmi sono, insieme alle microimprese, la maggioranza del tessuto imprenditoriale italiano – continuano a essere spesso sprovviste. Una recente indagine di Confindustria sottolinea infatti che solo il 36% delle pmi l’abbia adottato in azienda.È un sistema che tutela sia i lavoratori sia gli imprenditori, perché garantisce una mappatura precisa degli illeciti che costituiscono rischi aziendali e costruisce un sistema di prevenzione generale basato su protocolli previsti per ciascuna funzione, su Codici etici, sulle procedure di segnalazione interna, sui sistemi disciplinari e viene definito grazie a un apposito e autonomo organismo di vigilanza. L'impresa, adottandolo, si tutela da sanzioni economiche ed interdittive che le precluderebbero, per esempio, accessi a gare pubbliche. Questo avviene anche in caso di infortunio del dipendente. Consente di dimostrare l’assenza di profili di colpa nella propria organizzazione, oltre che di non aver avuto alcun interesse né tratto alcun vantaggio dall’evento (infortunistico, nel caso di specie) né in termini di risparmio di spesa per la sicurezza, né in termini di incremento della produttività a discapito della salute dei propri lavoratori.«Per tutte queste ragioni, occorre che le aziende adottino un approccio integrato tra sicurezza sul lavoro e Modello organizzativo 231 sul quale si registra un crescente interesse, pur non essendo ancora un adempimento formalmente obbligatorio. Da un lato, infatti, sempre più partner commerciali lo richiedono, dall’altra si sta cominciando ad affermare il principio di diritto secondo cui le Procure debbono, e non più possono, valutare la responsabilità propria della società in caso di infortunio sul lavoro. La prevenzione diventa, dunque, anche il principale strumento di difesa in sede penale», spiega l’avvocata Laura Panciroli, socia penalista dello Studio Ichino Brugnatelli. «Oltretutto - aggiunge l’avvocato Sergio Passerini, socio giuslavorista dello Studio Ichino Brugnatelli – l’adozione del Modello 231 può comportare la riduzione del premio Inail, consentire l’accesso a finanziamenti a fondo perduto, rendere più attrattiva l'azienda ai nuovi talenti, consentire un accesso ai prestiti bancari più semplice grazie al conseguente aumento del punteggio per il rating di legalità, strumento gestito dall'Autorità garante della concorrenza del mercato per premiare le imprese virtuose. Qualifica pertanto l’impresa come più strutturata e affidabile, consentendole anche di proporre collaborazioni con realtà di più ampie dimensioni permettendole di incrementare il business».«La responsabilità dell’impresa, dal punto di vista civile e penale, si evita o, quantomeno, si argina, sempre più attraverso la capacità dell’organizzazione di dimostrare di aver adottato tutte le misure possibili per prevenire l’evento infortunistico. In assenza di un modello attuato concretamente, il rischio è che la responsabilità si estenda anche all’azienda, oltre che alle persone fisiche individuate lungo la catena gerarchica e decisionale», ricordano Panciroli e Passerini.La più recente evoluzione del sistema prevenzionistico impone alle imprese un cambio di paradigma: dalla logica dell’adempimento formale a quella dell’organizzazione sostanziale. «Questo nuovo contesto implica necessari investimenti nella formazione effettiva del personale, nella tracciabilità delle decisioni prese, nella gestione di eventuali problematiche e nel presidio dei processi. Si tratta di un approccio che deve essere fatto soprattutto nei contesti più complessi, come quelli che prevedono appalti e la frammentazione del ciclo produttivo. Per le aziende deve essere però chiaro che prevenire è sempre più efficace e meno costoso che subire un’azione risarcitoria, disciplinare o penale», conclude il giuslavorista.Nei primi tre mesi dell'anno 136 mortiLe denunce di infortunio in occasione di lavoro con esito mortale (al netto degli studenti) presentate entro il mese di marzo 2026 all'Inail, pur nella provvisorietà dei numeri, sono state 136, dieci in meno rispetto alle 146 registrate nel 2025, -14 sul 2024, -11 sul 2023, -2 sul 2022, -18 sul 2021, -8 rispetto al 2019 e +24 sul 2020. Rapportando il numero dei casi mortali in occasione di lavoro (al netto degli studenti) agli occupati Istat nei vari periodi (dati provvisori), si nota come l'incidenza passi da 0,62 decessi denunciati ogni 100mila occupati Istat di marzo 2019 a 0,56 del 2026 (-9,7%), rispetto a marzo 2025 la diminuzione è del 6,7% (da 0,60 a 0,56). L'incidenza delle denunce di infortunio mortale in occasione di lavoro sul totale dei decessi denunciati (al netto degli studenti) è passata dal 67,9% del 2019 al 72,0% del 2026 (è stata del 71,2% nel 2025). La riduzione ha riguardato la gestione industria e servizi (da 125 a 122 denunce mortali) e l'Agricoltura (da 19 a 12), mentre il Conto Stato ha registrato due decessi in entrambi i periodi.Tra i settori con più infortuni avvenuti in occasione di lavoro si evidenziano per gli incrementi il trasporto e magazzinaggio (da 18 a 20 decessi denunciati), i Servizi di supporto alle imprese (da quattro a 11), le attività dei servizi di alloggio e di ristorazione (da zero a tre) e la sanità e assistenza sociale (da due a te), per i decrementi le attività manifatturiere (da 21 a 13) e il commercio (da 14 a dieci). Le costruzioni e la fornitura di acqua - reti fognarie, attività di gestione dei rifiuti e risanamento presentano gli stessi decessi in entrambi i periodi (rispettivamente 21 e quattro). Dall'analisi territoriale emergono cali al Sud (da 37 a 27), nel Nord-Est (da 30 a 26), nel Nord-Ovest (da 39 a 38) e al Centro (da 29 a 28), e incrementi nelle Isole (da 11 a 17). Tra le regioni con i maggiori cali si segnalano la provincia autonoma di Bolzano (-5), Abruzzo e Umbria (-4 ciascuna), Basilicata e Calabria (-3 ciascuna), mentre per gli aumenti Sicilia (+4), Veneto (+3) e Sardegna (+2). Il calo rilevato nel confronto dei primi trimestri 2025-2026 è legato solo alla componente maschile, le cui denunce mortali in occasione di lavoro sono passate da 136 a 125; in aumento i decessi per le lavoratrici (da dieci a 11). Diminuiscono le denunce dei lavoratori italiani (da 116 a 97), aumentano quelle degli stranieri (da 30 a 39). L'analisi per classi di età evidenzia incrementi delle denunce mortali solo tra i 35-39enni (da otto a 11 casi) e tra i 60-69enni (da 21 a 32), e riduzioni in particolare tra i 45-59enni (da 79 a 66) e i 25-34enni (da 14 a sette).