Giustizia
Stefano Giordano
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Una delibera approvata all’unanimità dalla Settima Commissione del Csm. Chiedeva due cose: che le Procure comunicassero con sobrietà — niente aggettivi enfatici, niente operazioni con nomi da film — e che aggiornassero le dichiarazioni pubbliche quando il quadro cambiava. Annunci un arresto eccellente, poi devi comunicare l’assoluzione. Sembrava buon senso. Il Fatto Quotidiano ci ha visto un bavaglio. Ha pubblicato l’intervista in cui Nino Di Matteo — ex consigliere Csm, attuale opinionista della testata — ha dichiarato che con queste regole Falcone e Borsellino «sarebbero stati sottoposti a procedimento disciplinare e condannati». Il plenum del Csm, organo di rilevanza costituzionale, ha sentito il vento: rinvio al 3 giugno. Rinvio «di cortesia», come si dice nei palazzi quando si ha paura di votare.
La delibera non prevede alcun bavaglio ai giornalisti — che non sono sotto la giurisdizione del Csm. Prevede regole per la comunicazione istituzionale delle procure, recependo i decreti del 2021 e del 2024 sulla presunzione di innocenza, che attuano la Direttiva europea 2016/343. La Corte europea dei diritti dell’uomo, sull’art. 6 CEDU, ha stabilito da decenni che le dichiarazioni pubbliche delle autorità giudiziarie non possono anticipare il giudizio di colpevolezza. Non è una novità ideologica. È diritto positivo vincolante. Il bavaglio vero lo mettono i magistrati che denunciano giornalisti per articoli scomodi: il cosiddetto chilling effect, la querela strumentale che non mira a vincere il processo ma a silenziare con il costo e lo spavento. Non una circolare che chiede alle Procure di non tenere conferenze stampa trionfalistiche su indagati che tre anni dopo vengono assolti.










